Set 23, 2016
Pubblichiamo in esclusiva lo studio del prof. Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, sulla vicenda dell’eutanasia dei minori in Belgio. Si tratta di una riflessione articolata, che va in profondità, ben oltre i commenti che hanno seguito nell’immediatezza. (altro…)
Set 21, 2016
Articolo apparso il 21 settembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.
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Con l’intervento dell’avvocato Francesco Farri prosegue la collaborazione del Centro studi Livatino (www.centrostudilivatino.it) tesa a illustrare i passaggi più significativi della riforma costituzionale e a sottolinearne i profili problematici, allo scopo di avvicinarsi alla scadenza del voto referendario avendo consapevolezza dei contenuti delle modifiche, e lasciando da parte gli slogan.
Negli ultimi mesi, si sono levate, anche dall’estero, molte voci provenienti dal mondo dell’economia, della finanza, dei social networks e, da ultimo, anche della diplomazia, le quali hanno dipinto la riforma costituzionale italiana come ultima chance per il salvataggio del sistema Italia. Per converso, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, ha denunciato che «la modifica della Costituzione serve alle multinazionali, alle banche, alla finanza», a scapito degli interessi dei cittadini italiani. Di chi fidarsi?
Importanti indicazioni giuridiche per la risposta possono trarsi in quello che, a riforma approvata,diverrebbe il nuovo articolo 72, comma 7 della Costituzione. Nel cervellotico quadro dei nuovi procedimenti legislativi, la nuova Costituzione ne introduce uno per cui il governo, «indicando» un disegno di legge come «essenziale per l’attuazione del programma di governo», può in sintesi ottenere dalla Camera la definitiva approvazione delle proprie proposte entro tre mesi (giorni 5 + 70 + 5 + 15), prorogabili di due settimane in casi di particolare complessità. Potrebbe osservarsi: è giusto che in certi casi sia riconosciuta al governo una corsia preferenziale in Parlamento!
Vero, ma è essenziale l’individuazione di tali casi e degli strumenti utilizzabili nella corsia preferenziale. I Costituenti avevano ben previsto l’esigenza di una corsia preferenziale per il governo (il decreto legge), ma avevano stabilito precisi limiti (effettiva ragione di straordinaria necessità e urgenza) e conseguenze (responsabilità del governo e perdita di efficacia fin dall’inizio del testo normativo in difetto di conversione entro sessanta giorni) della percorrenza di essa.
E il nuovo art. 72, comma 7? Esso non prevede né apprezzabili limiti di utilizzo, né conseguenze.L’estrema vaghezza dei termini utilizzati (la essenzialità «per l’attuazione del programma di governo» appare un concetto squisitamente politico e, come tale, pressoché insindacabile) e l’àmbito estremamente ristretto delle esclusioni da tale procedimento previste in Costituzione (al regolamento della Camera si rinvia, infatti, per la sola disciplina procedimentale) lo rende sostanzialmente versatile ad ogni uso, ma anche ad ogni abuso da parte del governo, cosa che invece la Corte Costituzionale garantiva fosse esclusa per il decreto legge. Quanto alle conseguenze, appare evidente che – rispetto alla disciplina del d.l., che pure viene mantenuta – non è qui prevista la responsabilità del governo né la decadenza del testo normativo se i termini non sono rispettati.
E se è così, che funzione ha il nuovo art. 72, comma 7? Proprio questo è il punto. Infatti, sesapientemente combinato con l’utilizzo della questione di fiducia (senza la quale il meccanismo non funzionerebbe), esso permette al governo di “forzare” con un blitz il legislatore ad attuare il progetto presentato dal governo stesso ottenendo i seguenti “benefici”: (1) minimizzazione della discussione parlamentare e sacrificio della tutela delle minoranze, garantite dal normale iter legislativo; (2) aggiramento delle tutele di cui è circondato il decreto legge; (3) sostanziale impedimento di ogni mobilitazione contro l’iniziativa governativa da parte dell’opinione pubblica, che in tre mesi farebbe appena in tempo ad avere notizia di quello che sta succedendo nelle segrete stanze.
Chi può, al giorno d’oggi, avere interesse a conseguire “benefici” di questo tipo? Volendo tralasciare le ipotesi più radicali, la risposta appare semplice: si tratta dei gruppi d’interesse che, operando al di fuori del circuito di legittimazione democratica e dall’humus dell’opinione pubblica nazionale, necessitano tuttavia del supporto normativo per attuare i propri interessi. Si tratta, in altre parole, di quelle che oggi sono indicate come “lobby”. Per definizione, esse si trovano spesso nella condizione di poter influenzare (e “ricattare” politicamente) singole persone (come, ad esempio, quelle che siedono in un governo), ma molto più difficilmente esse si trovano in condizione di poter direttamente “ricattare” istituzioni come un Parlamento nazionale o una Corte Costituzionale.
E ciò è vero specie in Italia, dove il sistema costruito dai Costituenti si è mostrato estremamentegarantista per gli interessi del popolo sovrano e ha creato una coscienza collettiva forte, matura e capace di mobilitarsi e opporsi con vigore a iniziative che ha trasversalmente percepito come estranee all’interesse del Paese. Ecco che il nuovo meccanismo legislativo dell’art. 72, comma 7, magicamente, fornisce il grimaldello che alle lobby mancava per annidarsi stabilmente nella legislazione italiana. Con esso, infatti, il governo non ha più alibi: esso può far digerire al Parlamento quel che vuole, senza lacciuoli e prendendo in contropiede ogni forma di rilevante reazione dell’opinione pubblica.
Con esso, si crea un efficacissimo trait d’union tra persone fisiche del governo (“ricattabili” dallelobby) e Parlamento (non direttamente “ricattabile” dalle lobby, ma “ricattabile” dal governo tramite voto di fiducia), che non permetterà al governo di sottrarsi dal cappio che le lobby facilmente possono porgli al collo. La ricattabilità di un primo ministro che voglia salvare la poltrona diverrà la ricattabilità dell’Italia.
Come brandito dai sostenitori di progetti di legge invisi a larga parte dell’opinione pubblica, con ilnuovo sistema legislativo una drastica riduzione delle pensioni al pari di una legge Scalfarotto, una privatizzazione del sistema sanitario al pari dell’eutanasia per i bambini, potranno esser legge quasi di nascosto, senza che il corpo elettorale faccia in tempo ad accorgersene e organizzare manifestazioni di opposizione. Il nuovo procedimento legislativo incarna la logica del fatto compiuto e la logica del sotterfugio, molto più e strutturalmente più di quanto avvenga adesso. Con esso, si istituzionalizza una forma di blitz legislativo che solo le lobby possono avere interesse a sfruttare. La riforma del procedimento legislativo è la pesante ipoteca delle lobby sui valori e sugli interessi dell’Italia.
Riallacciandosi alla domanda iniziale, quindi, può dirsi che sia i finanzieri stranieri sia il presidenteMaddalena abbiano ragione. Di chi fidarsi, dipende dagli interessi che vogliono tutelarsi: se vogliono tutelarsi gli interessi delle lobby della finanza e delle colonizzazioni ideologiche, la riforma costituzionale è lo strumento migliore. Ma tali interessi contrastano strutturalmente con gli interessi dei cittadini e con i valori della nostra Repubblica. E se vogliono salvaguardarsi gli interessi e i valori degli Italiani, allora una riforma costituzionale di questo tipo merita di esser spazzata via senza residui. E senza rimpianti: solo con un gran sospiro di sollievo.
*avvocato del Centro Studi Livatino
Set 19, 2016
Articolo di Alfredo Mantovano apparso su Tempi il 19 settembre 2016.
Nelle ultime settimane i cugini francesi ci hanno deliziato col burkini. La loro polizia, tragicamente assente sul lungomare di Nizza la sera del 14 luglio è stata poi impiegata in forze e con sprezzo del ridicolo per allontanare dalla spiaggia le pochissime donne che avevano osato andare in riva al mare coperte in larga parte del corpo. Non è sufficiente far coincidere la civiltà occidentale con l’ostentazione della natica. Il 16 settembre, su impulso del governo francese e per le cure del prefetto del luogo, nel castello di Pontourny, valle della Loira, parte un programma di de-radicalizzazione, dedicato a giovani attratti dal terrorismo islamico. Attualmente gli ospiti sarebbero 5 o 6, con una struttura che può ospitarne fino a 30; l’intenzione del primo ministro Manuel Valls è di aprire un centro di questo tipo in ogni regione della Francia, fino a un totale di 13.
Ecco i dettagli del “programma”: 10 mesi di sveglia all’alba, colazione e pulizia delle stanze, partecipazione all’alzabandiera e canto della Marsigliese con indosso una uniforme eguale per tutti; ciò per liberarsi dei segni esteriori della vita precedente (né barbe né veli) e per attingere alle fonti del patriottismo repubblicano. Durante la giornata lezioni di storia, islam e geopolitica, curate da un team di una trentina di persone, che vede accanto agli insegnanti anche psicologi, infermieri e assistenti sociali, per un costo complessivo di un milione di euro all’anno. Non è chiaro quali siano i criteri di selezione dei giovani che stanno iniziando il “programma”: si dice che non hanno precedenti penali né pendenze giudiziarie, né appaiono segnalati dai servizi. Sarebbero invece indicati (sospettati?), talora dalle famiglie di provenienza, perché si teme che vadano a combattere in Siria o organizzino attentati in Francia: prima di entrare firmano un contratto. Se rifiutano non troverebbero più lavoro.
Un modello già fallito
Ci sono modi diversi per affrontare le sfide della realtà. La cultura cristiana suggerisce di avvicinarsi alla complessità di un problema con umiltà, e di individuare le soluzioni che ne rispettino le sfaccettature. Larga parte della modernità, illuminata dai gloriosi princìpi del 1789, vuole invece obbligare il reale a inserirsi nelle caselle dell’ideologia. Quest’ennesima genialata corrisponde alla seconda impostazione: non ha insegnato nulla la circostanza che sovrapporre e imporre il laicismo di Stato alle confessioni religiose ha provocato finora emarginazione, risentimenti, ribellioni. Il modello assimilazionista continua a dettare leggi e comportamenti.
Gli ospiti di Pontourny non sono criminali, altrimenti starebbero in carcere; non hanno neanche manifestato pericolosità sociale, altrimenti sarebbero stati registrati dai servizi ed espulsi; non si comprende quali siano gli elementi perché li si consideri “a rischio”. Però li si chiude in un centro (con adesione formalmente volontaria) e li si “ri-programma”.
In una nazione nella quale le segnalazioni riguardanti i veri indiziati di appartenenza al terrorismo provenienti dai servizi interni – più spesso da quelli di altri Stati – sono state colpevolmente ignorate, e hanno costituito concausa degli attentati gravissimi consumati negli ultimi due anni; in una nazione che non si è ancora dotata degli strumenti di anticipazione della difesa dalle aggressioni che in Italia vigono da oltre dieci anni e nella quale i rapporti con le comunità musulmane sono esacerbati da scelte provocatorie e prive di senso come la proibizione del burkini; in una nazione che vive questo travaglio, il meglio che viene in mente è istituzionalizzare il brain-washing (certamente con taglio chic, vista la bellezza del luogo nel quale si svolge), confermare il messaggio che il pericolo sta nell’islam e non nella sua lettura ultrafondamentalista, rifiutare la collaborazione educativa, questa sì potenzialmente produttiva, con realtà islamiche lontane nella forma e nella sostanza da ogni deriva terroristica. La valle della Loira merita altro. E non solo essa.