Art. 580 c.p.: confusione incoerenza e arbitrio nella decisione della Consulta

Art. 580 c.p.: confusione incoerenza e arbitrio nella decisione della Consulta

A dieci mesi di distanza dalla ordinanza 207, la decisione di oggi della Corte costituzionale non dichiara illegittimo l’art. 580 del cod.pen., ma:

  1. demanda al giudice del singolo caso stabilire se sussistono le condizioni per la non punibilità, cioè investe il giudice del potere di stabilire in concreto quando togliere la vita a una persona sia sanzionato, oppure no;
  2. fa crescere confusione e arbitrio, ricordando che deve essere rispettata la normativa su consenso informato e cure palliative: ma come, se la legge sulle cure palliative non è mai stata finanziata e non esistono reparti a ciò attrezzati?
  3. medicalizza il suicidio assistito, scaricando una decisione così impegnativa sul Servizio sanitario nazionale, senza menzionare l’obiezione di coscienza, di cui pure aveva parlato nell’ordinanza 207
  4. ritiene l’intervento del legislatore “indispensabile”: e allora perché lo ha anticipato come Consulta?

Quel che si ricava dalla nota è confusione, incoerenza e arbitrio. Saranno sufficienti a svegliare un Parlamento colpevole di aver fatto trascorrere il tempo su un tema così cruciale?

E’ quanto sostiene il Centro Studi Livatino.

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Fine vita. Tutta la verità (e le bugie) su eutanasia e suicidio assistito

Fine vita. Tutta la verità (e le bugie) su eutanasia e suicidio assistito

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Tempi il 24 settembre 2019.

Il punto di partenza è questa singolare ordinanza, la n. 207 dello scorso anno della Corte costituzionale. Ogni provvedimento giudiziario ha sempre un fulcro attorno al quale ruota tutto il resto e il fulcro di questa ordinanza lo trovate al paragrafo 10, dove la Consulta, dopo un articolato ragionamento su cui mi soffermerò tra qualche istante, sollecita il Parlamento a introdurre «una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale [legge sulle Dat, ndr], ma anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte»: il cosiddetto suicidio assistito.

TUTTO EBBE INIZIO CON DARWIN

Questo dice la Consulta al Parlamento. La complessità della questione fa sì che abbia svariati profili di approfondimento, e in coerenza con le competenze che ho, io tratterò solo quelli di rilievo giuridico. Mi permetto però di fare un cenno iniziale di carattere storico, perché sembra che la questione sia nuova, sia un segno di progresso e di civiltà: prima la sentenza Englaro del 2006, poi la legge sulle Dat nel 2017, adesso questa ordinanza cui verosimilmente seguirà la sentenza. È arrivato il progresso, è arrivata la civiltà con l’affermazione dei cosiddetti nuovi diritti.

Ma di questo tema si parla da almeno un secolo e mezzo. E non è un discorso rimasto allo stadio della teoria: ha avuto degli importantissimi sviluppi concreti, sia a livello di norme, sia a livello di giurisdizione.

Parte dall’irruzione di una scienza biologica, che diventa dottrina politica, in parallelo con l’irruzione del darwinismo nelle scienza sociali. La prospettiva è quella della selezione artificiale dei più adatti al progresso della società.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX l’ideologia eugenetica si sviluppa particolarmente in Germania, ma siamo molto prima dell’esperienza nazionalsocialista, e parallelamente nei paesi anglosassoni.

L’EUGENETICA PRIMA DEI NAZISTI

Ripeto: che non rimanga allo stadio teorico lo confermano tante sentenze, per esempio. Nel 1927 negli Stati Uniti ha notevole rilievo la sentenza non di una Corte distrettuale periferica, ma della Corte suprema, che ritiene rientrare nei poteri di polizia dello Stato (lo Stato in questione è la South Virginia) la sterilizzazione forzata di una giovane donna, Carrie Buck, della quale si era accertato una maturità mentale inferiore a quella effettiva. In realtà prima di essere sterilizzata Carrie aveva fatto in tempo a mettere al mondo una bimba, Vivian, che è andata a scuola e ha avuto anche un ottimo curriculum scolastico.

Quando si parla di eugenetica imposta per legge o per sentenza, ricordiamoci, prima del nazismo, che negli Stati Uniti alla fine degli anni 1930 si censivano già 20 mila sterilizzazioni forzose. E due o tre anni dopo la presa del potere da parte di Hitler, la Svezia introduceva leggi di sterilizzazione dei malati di mente e delle persone mentalmente disturbate: una disciplina che è stata modificata soltanto dopo quarant’anni, a metà degli anni Settanta.

IL “BEST INTEREST” E L’OPERAZIONE T4

Ma che c’entra la sterilizzazione con l’eutanasia? Beh, sono due capi della stessa vicenda. Il nesso – ancora una volta rispondo non sul piano teorico ma con fatti concreti – si può cogliere in un caso accaduto nell’ospedale di Chicago il 12 novembre 1915. Una donna di nome Anna Bollinger partorisce un bambino. L’ostetrica si accorge subito che qualcosa non va. Va dal medico che dirige la struttura e viene fuori che questo bambino ha un’ostruzione anale. Il medico, Harry Haiselden, rifiuta di costruire artificialmente un’apertura anale al bambino, potendolo fare con prospettive di successo nonostante fossimo oltre un secolo fa, e lo lascia morire, evocando la categoria del “best interest”, il miglior interesse del neonato, che abbiamo riascoltato anche di recente da parte di alcune Corti inglesi a proposito di Charlie Gard e di Alfie Evans: il bambino sarebbe sopravvissuto, ma non sarebbe stato felice. Quindi il suo miglior interesse, non a fronte di un pericolo di vita, è quello di evitargli una vita non felice.

Poi arriviamo alla Germania nazionalsocialista con lo sterminio dei soggetti ritenuti “senza valore”, praticato in virtù di un decreto del Führer che reca la data – terribile per altre ragioni non molto distanti – del 1° settembre 1939, la cosiddetta operazione T4, che riesce ad essere mantenuta segreta fino all’agosto 1941, quando un vescovo coraggioso, l’eroico e santo cardinale Von Galen, la denuncia pubblicamente. E lì succede qualcosa di cui parlerò alla fine.

DAL “MERCY KILLING” AL “LIVING WILL”

Dopo la Seconda Guerra mondiale quello che era successo in Germania ha fortemente rallentato la strada verso l’eutanasia intrapresa nei paesi anglosassoni e in Svezia nei decenni precedenti la guerra, ma non cambia lo sforzo per introdurre una legislazione eutanasica. Cambiano le categorie di riferimento, per lo meno in apparenza. Perché viene oscurata la motivazione eugenetica di derivazione darwinista – quella di liberare il corpo sociale dai cosiddetti “unfit” – ed entra a pieno titolo la rivendicazione del diritto a morire come diritto di libertà, quale espressione dell’autodeterminazione, spesso in correlazione con le preoccupazioni sulla qualità della vita. Da questo momento in avanti si parla non più di “mercy killing”, bensì di “living will”.

Il living will non è qualcosa di intrinsecamente sbagliato, il problema è come lo si declina: se è l’espressione di un desiderio del quale il medico debba tener conto, ci sta tutto. Allora il medico ha la facoltà di tenerne conto, in relazione all’attualità della situazione. Il problema è quando, com’è per la legge italiana sulle Dat, non è un “caro dottore, tieni conto che…”, ma è un “devi fare così”.

Chiudo questa parentesi di cenni di diritto comparato per ricordare quello che è accaduto in tre paesi europei: Belgio, Olanda e Lussemburgo. Su 28 Stati dell’Unione Europea, solo 3 hanno al proprio interno disposizioni espressamente eutanasiche. Vorrei soffermarmi in particolare sul caso dell’Olanda.

IL PROTOCOLLO DI GRONINGEN

In Olanda la legge attualmente in vigore è la numero 137 del 12 aprile 2001, che stabilisce una procedura e dei requisiti di liceità dell’eutanasia; non richiede che il paziente si trovi in uno stato terminale, né che ricorra il pericolo di vita; la rende possibile fin dai 12 anni di età (fin dai 10 anni con la disciplina poi scansionata). Ma quello che interessa è che tre anni dopo l’introduzione di questa legge, nel 2004, il professor Eduard Verhagen, capo del dipartimento di pediatria dell’Università di Groningen, elabora una serie di criteri autorizzativi per uccidere i neonati gravemente menomati. Lo concorda con la locale Procura (quindi in generale, ma soprattutto a Milano, non siamo troppo entusiasti del debordare delle azioni da parte delle Procure: fanno così anche altrove, non è un’esclusività italiana) e nel 2005, l’anno successivo, entra nelle linee-guida dell’Associazione olandese per le cure pediatriche.

Il protocollo individua 3 scenari: 1) neonati senza prospettiva di sopravvivenza, per loro la regola è l’astensione da cure mediche futili; 2) neonati con necessità di cure intensive per sopravvivere, con previsione di qualità di vita modesta; 3) neonati la cui sopravvivenza non necessita di cure intensive, ma che agli occhi dei genitori e del team medico paiono soffrire in modo intenso (per esempio, i neonati che soffrono per la spina bifida, pur in presenza di interventi chirurgici che possono dare vantaggi significativi). Ora, per il Protocollo di Groningen anche i neonati della seconda e della terza categoria sono da sopprimere se genitori e medici concordano sulla prognosi della scarsa qualità della vita, e quindi della morte come best interest rispetto alla prosecuzione della vita.

Dopo dieci anni il Protocollo di Groningen è stato superato da quello che in Italia si chiamerebbe decreto interministeriale dei ministri della Giustizia e della Sanità, che introducono delle deroghe alla legge sull’aborto, permettendo di sopprimere il nascituro oltre i termini previsti, e anche dopo la nascita in prosecuzione del Protocollo di Groningen.

Le domande sono già state fatte: ma come si fa a ipotizzare la futura qualità della vita per un neonato? Come si fa a ipotizzare la sofferenza di un neonato? Qual è il metro di comparazione? La sofferenza dell’adulto? O la percezione che ne ha l’adulto vedendo un neonato piangere, per esempio, in assenza di criteri scientifici di validazione?

Contano le nude cifre, che vi prego di non cogliere come dati meramente statistici: nel 2002, l’anno successivo all’entrata in vigore della legge sull’eutanasia, in Olanda ci sono 1.882 casi di uccisioni in applicazione di questa legge; nel 2017, ultimo dato disponibile, 6.585. In termini percentuali, l’eutanasia è diventata causa di morte nel 4,4 per cento dei casi. Non mi sembra proprio un dettaglio.

IL DOTTOR JEKYLL E MR HYDE

Torniamo alla Corte costituzionale italiana e all’ordinanza numero 207. Qui potrei dire tante cose sugli aspetti di carattere formale, ma salto per concentrarmi sulla sostanza.

Questa ordinanza sembra la traduzione in un provvedimento della Corte costituzionale – con tutto il rispetto per la Consulta – del dottor Jekyll e Mr Hyde, perché c’è una prima parte leggendo la quale a me da un certo punto di vista si è aperto il cuore, per quanto è possibile trattando di queste materie. Perché al paragrafo 6 si dice espressamente: guardate che l’articolo 580 del codice penale, anche nella parte relativa alla agevolazione del suicidio, è una norma importante, perché chi ha la tentazione di togliersi la vita è evidentemente una persona debole, che ha bisogno di aiuto, che ha bisogno che il corpo sociale intorno a sé faccia emergere qual è la causa di una depressione, di un disagio che porta ad assumere una decisione così dilacerante; ragion per cui è importante un presidio giuridico a sanzione di comportamenti che invece di dare una risposta di solidarietà danno una risposta di morte.

La Corte si dilunga sul punto: se recuperate l’ordinanza, vi sono pagine e pagine dedicate a questo. Dopo di che, però, alla fine si dice: adesso siamo a novembre, entro il 24 settembre, che è la data dell’udienza di rinvio, il Parlamento provveda a fare la legge che introduca il suicidio medicalmente assistito. “Medicalmente” assistito, tant’è che si dice che dovrebbe esserci l’obiezione di coscienza per il medico che non se la sente di praticarlo.

UNA LOGICA IMPOSSIBILE

Ora, io faccio il giudice in Cassazione: quando capitano sentenze di merito in cui si inizia con quella che sembra una motivazione di assoluzione e si arriva alla condanna, annulliamo per “motivazione illogica e contraddittoria”. Purtroppo sopra la Corte costituzionale non c’è nessuno, però non mi sembra un caso molto dissimile.

Ma oggi, che è la cosa più importante, se il Parlamento avesse mai il tempo e anche la voglia di interessarsi della vicenda, non può fare la sintesi tra le due parti contrastanti dell’ordinanza, perché:
o sceglie solidarietà nei confronti di chi si trova in una condizione di debolezza, e quindi ha necessità di assistenza domiciliare, hospice, cure palliative, amicizia…
… oppure sceglie l’aiuto a trovare la morte, facendo sì che la sostanza somministrata dal medico costituisca il solo seguito a una richiesta di aiuto spesso disperata.

PIANO CON L’AUTODETERMINAZIONE

Prima si usava il termine “autodeterminazione”. Questo è un termine chiave nell’ordinanza, perché al paragrafo 9 si sostiene che vietare il suicidio assistito, quindi non dare seguito alla libera volontà di togliersi la vita da parte di chi formula una richiesta del genere non avendo la possibilità di farlo in prima persona, limita l’autodeterminazione è ciò comporta una lesione della dignità. Guardate, su questo punto proprio non ci troviamo. Non ci troviamo! Ma per ragioni elementari.

L’autodeterminazione è molto importante nella vita di ciascuno di noi: va preservata, ma non è senza limiti. Ammesso che io avessi dissentito da ciò che ha detto [il relatore che mi ha preceduto], la mia autodeterminazione avrebbe potuto indurmi a dargli sulla voce e impedirgli di parlare, ma il primo limite dell’autodeterminazione è il rispetto dell’altro.

Il secondo limite dell’autodeterminazione è la natura stessa del bene, che spesso non è disponibile. Qui non parliamo di grandi sistemi. Il mio datore di lavoro è lo Stato, ebbene se io per esempio dicessi allo Stato: “Senti, cara Repubblica italiana, non mi servono tante ferie, sono disponibile a fare un minor periodo di ferie, e tu pagami di più per l’altro periodo in cui continuo a lavorare”, non riceverei una risposta positiva, perché le ferie sono qualcosa di non disponibile e quindi non sono soggette all’autodeterminazione… Qualcuno mi dovrà poi spiegare come regge un sistema in cui le ferie non sono disponibili e la vita dell’uomo sì.

LA DIGNITÀ INDISPONIBILE

Autodeterminazione e dignità sono due cose molto diverse. Perché – ripeto – l’autodeterminazione ha dei limiti; la dignità no, non ne ha. Anche il peggiore delinquente, il condannato per i crimini più orrendi non perde la dignità di uomo, qualunque cosa abbia fatto. Ricorderete quella recente decisione della Cassazione che ha attenuato il regime di detenzione (aggravato dall’articolo 41 bis) a Totò Riina in considerazione delle sue condizioni di salute. Perché la dignità di Totò Riina, nonostante sia Totò Riina, è un bene che neanche lui stesso è in grado, nonostante tutto quello che ha fatto, di sminuire o di cancellare.

Perfino la vita può essere un bene disponibile. Esempio classico: il pilota d’aereo che, avendo un guasto irreparabile, anziché gettarsi col paracadute va a schiantarsi in un parco invece che sulla città per evitare che muoiano altre persone, dispone della propria vita, ma per salvare gli altri, quindi la sua vita viene ancora più accresciuta in dignità.

La Corte costituzionale intende introdurre il suicidio medicalizzato nel Servizio sanitario nazionale? Lo faccia in nome non della dignità, se il riferimento è il rispetto della volontà di morte del paziente; lo faccia in nome di una autodeterminazione spinta all’estremo.

Dopo di che, però, la stessa Corte costituzionale dovrà spiegare come si concilia questa autodeterminazione spinta all’estremo con quella volontà indebolita di cui ha parlato nella prima parte dell’ordinanza. Perché se io firmo un contratto per l’acquisto di un immobile in un momento in cui non sono nel pieno delle mie facoltà, in seguito, documentando evidentemente uno stato di non pienezza di capacità intellettiva, posso impugnare quel contratto per vizio di mente, o lo può fare il mio tutore. Qui stiamo parlando di qualcosa di più importante rispetto a un pur significativo immobile.

IN NOME DEL RISPARMIO

Da ultimo sul punto. La strada dell’autodeterminazione va intrapresa avendo la consapevolezza che l’autodeterminazione è il punto di partenza, ma non è mai il punto di arrivo. Il punto di arrivo, come insegnano le esperienze delle altre nazioni, sarà la tenuta del welfare, sarà il contenimento dei costi.

Dicendo questo, non esprimo nessuna condivisione verso la cosiddetta “ostinazione nelle terapie”, espressione che credo preferibile a quella di “accanimento terapeutico”. Le regole deontologiche degli ordini professionali e le buone prassi cliniche considerano entrambi gli estremi inaccettabili: perché sono paradossalmente ispirati ai medesimi princìpi materialistici.

Al fondo vi è la idea di una medicina quasi onnipotente, che ritiene di avere potere sulla natura e spinge al massimo la tecnologia per realizzare il benessere dell’individuo, ma quando fallisce l’obiettivo – cosa che presto o tardi accade a ogni essere umano – è indotta ad adoperare lo stesso potere per porre fine a una vita ritenuta non più integralmente umana.

È quella che è stata definita la “religione della salute”. Ma la salute è un valore assoluto? Bisogna mantenere il livello più elevato di efficienza salutista? Allora vero uomo sarà soltanto l’uomo sano. E se qualcuno non può più tornare sano? Sarà un uomo di seconda o di terza categoria?

Da tempo nei sistemi sanitari vi è la tendenza a sostituire l’etica della cura con l’etica della guarigione, e quindi a valutare negativamente l’investimento di risorse a favore di malati terminali per i quali la guarigione non è prevedibile.

LASCIAR MORIRE NON È UGUALE A UCCIDERE

Si è detto prima della distinzione che fa, in modo approssimativo, una parte del Comitato nazionale di bioetica tra suicidio assistito ed eutanasia. Cara metà del Cnb, mi spieghi una cosa? Allorché riconosci il diritto alla morte e poi constati che il soggetto quella morte non riesce a darsela da sola, dal momento che a ogni diritto nell’ordinamento corrisponde un dovere, chi è il responsabile dell’espletamento di questo dovere? La Consulta lo dice: è il medico, tanto è vero che – ripeto – prevede l’obiezione di coscienza. Quindi l’eutanasia è lo sviluppo materiale, non soltanto logico, del suicidio assistito.

Poi ci sono tante confusioni che vengono fatte. Per esempio, si dice: “Ma in realtà l’eutanasia passiva c’è già, in ogni caso in cui sia omesso un trattamento che avrebbe potuto ritardare la morte”. È una solenne stupidaggine. Perché non vi è niente di eutanasico nell’omettere l’applicazione di moduli tecnologicamente straordinari a situazioni gravemente se non irreparabilmente compromesse. Lasciar morire è diverso da uccidere. È una cosa così elementare…

DAT: IL CONTRARIO DELL’AUTODETERMINAZIONE

Concludo. Ieri il cardinale Gualtiero Bassetti, nella sua splendida relazione, ha insistito su un punto. Ha detto: guardate che questa storia non inizia adesso, e non solo per quanto detto prima nell’excursus storico, ma anche in riferimento all’Italia, perché se stiamo parlando di queste cose dipende dal fatto che due anni fa nel nostro ordinamento è stata inserita la legge sulle Dat.

Guardate, le Dat sono il contrario dell’autodeterminazione. Ma proprio il contrario! Dice: ma stai impazzendo? No, non sto impazzendo. Le Dat sono una versione artificiale, virtuale, dell’autodeterminazione affermata per legge. Perché l’autodeterminazione, il cui nocciolo è il consenso, si manifesta attorno a un soggetto concreto, ma soprattutto attuale. Come posso fare un contratto per una cosa che non conosco?

“Devo comprare una casa”. “Va bene, quanti metri quadrati, a quale piano, in che zona?”. “No, una casa”. Con le Dat funziona alla stessa maniera: “Non curatemi se sono in condizioni di dolore insopportabile”. Ok, che cosa significa concretamente? Lo sa il medico nella concretezza della vicenda, nell’attualità della vicenda, ma non lo si può sapere in astratto. È una dichiarazione di principio, non una dichiarazione di volontà. La dichiarazione di volontà presuppone l’oggetto.

E non è che uno può dire: “Va bene, io non faccio le Dat così tutto va bene”. Eluana Englaro non aveva fatto le Dat, e hanno ricostruito, i giudici, il consenso sulla base di una manifestazione di non volontà di trovarsi in certe condizioni espressa vent’anni prima.

I PILASTRI DELL’ORDINAMENTO

L’ordinamento giuridico è qualcosa di veramente complesso. Quando si mina un pilastro dell’ordinamento che è il diritto alla vita, magari ledendo fortemente anche il principio di solidarietà, non è che vale soltanto per la vicenda specifica. Perdonate la banalità dell’esempio. Per rendere l’idea: un paio di anni fa, a Roma, in una palazzina liberty sul Lungotevere Flaminio, molto elegante, costruita negli anni Trenta, al quinto piano una signora che fa l’architetto decise di trasformare gran parte della sua casa in quello che si chiama “open space”. Per realizzare questo open space, però, bisognava togliere un pilastro che stava proprio al centro dell’appartamento. Peccato che era la trave fondante: tolto il pilastro non è che si sono aperte le crepe nei muri, è crollato il palazzo. Quindi gli effetti di un intervento che intendeva essere mirato ad un appartamento hanno riguardato l’intero palazzo. Solo quello? No, perché la via è stata bloccata per più giorni, e ne ho subìto le conseguenze anch’io, perché al piano terra di quell’edificio c’è il Teatro Olimpico, e io quella sera dovevo andare in quel teatro, per cui abitando a dieci chilometri di distanza a Roma ho avuto effetti negativi della scelta dell’architetto.

Ora, nell’ordinamento giuridico funziona così. E alcuni effetti sono inimmaginabili. Già le Dat hanno compromesso fortemente il sistema. Una cosa del genere ne provocherebbe un’ulteriore grave compromissione, perché io posso anche scegliere di non curarmi se sono colpito da una grave patologia, è una mia libera scelta (per le ragioni più varie: mi viene detto che le cure può darsi che abbiano successo, ma sono cure faticose; può darsi invece che le cure non siano disponibili da parte del Sistema sanitario nazionale, e io non intendo sottrarre risorse ai miei familiari), ma se passa il suicidio assistito quale esito della rivendicazione della morte come diritto, il condizionamento ad una scelta del genere, a farsi sentire un peso, un costo, sarà ancora più pesante. E il disagio e la disperazione aumenteranno, perché si ritrarrà l’area della solidarietà e dell’attenzione. Questo è quello che l’open space che si vuole realizzare – un open space orrido – è in grado di provocare in prima battuta.

CHE COS’È LA QUALITÀ DELLA VITA?

Ultima questione sulla qualità della vita. Che cos’è la qualità della vita? Per come viene descritta da sentenze e ordinanze, rischia di diventare come una sorta di criterio per la distinzione dell’umano.

La qualità della vita viene proposta da standard di vivibilità secondo parametri veicolati dai media, ma se valgono quei parametri, essa è fruibile solo da una minoranza di soggetti, e per periodi limitati di tempo. Non voglio far torto a nessuno, ma non so quanti in questa sala si inserirebbero…

Se il criterio della qualità della vita acquisisse una valenza normativa ai fini della determinazione del se e del quantum di tutela di salute e di tutela della vita, si aprirebbero scenari inquietanti, certamente ostili con gli articoli 2 e 3 della Costituzione.

IL PESO (E LA SOSTANZA) DELLA SENTENZA

La Corte costituzionale con l’ordinanza 207, come ha detto il presidente della stessa Corte nella relazione sull’attività del 2018, ha elaborato questa categoria della illegittimità prospettata. Io sapevo – ma i miei studi risalgono a quando Annibale superava le Alpi con gli elefanti, per cui evidentemente ci sono stati degli aggiornamenti – che la Corte costituzionale, quando ritiene una questione irrilevante per il caso la dichiara inammissibile; se non condivide il parametro di legittimità collegato, la rigetta; se lo condivide, lo accoglie; poi è stata elaborata anche la categoria della “interpretativa di rigetto” (la questione è legittima purché sia interpretata come dico io). Qui abbiamo la quinta categoria: l’illegittimità prospettata. A futura memoria. Poi indico anche al Parlamento la data entro la quale consegnare il compitino e se non lo fa peggio per lui.

Illegittimità prospettata. A me interessa molto il sostantivo, perché la sentenza nella sua sostanza è già stata pronunciata: è il contenuto dell’ordinanza, per lo meno nella parte dispositiva, non nella parte schizofrenica in cui dice il contrario di quel che dispone. Se arriva una sentenza coerente con l’ordinanza, significa che il suicidio assistito viene costituzionalizzato. Perché i parametri di legittimità di questa pratica vengono radicati in norma della stessa Costituzione, in particolare negli articoli 2 e 32. Il che significa che nessuna legge ordinaria lo potrà smuovere.

Dice: ma ti fidi di questo Parlamento? Chissà che cosa combinerebbe… Ma innanzitutto questo Parlamento ha avuto due mesi di lavoro in meno perché c’è stata la crisi di governo, poi ha provato a lavorare solo un ramo – la Camera – mentre il Senato non è stato messo nelle condizioni di far nulla, per cui al 50 per cento il Parlamento non si è pronunciato. E comunque, alla peggio, esce una legge cattiva? Beh, se ci si impegna, magari facendo sì che questo sia un tema decisivo per il consenso, nella legislatura successiva la si cambia. Ma se il suicidio assistito viene costituzionalizzato, non si cambia.

LA PROPOSTA PAGANO

Dopo di che mi spiace molto che qualche testata giornalistica abbia criticato il cardinale Bassetti per un passaggio del discorso di ieri che in realtà viene fuori da una proposta che abbiamo fatto ai parlamentari come Centro studi Livatino e che poi è stata recepita nella proposta cosiddetta Pagano, dal primo firmatario, ma che poi è stata condivisa da tanti altri. La proposta si muove sulla base della seguente logica. La Corte costituzionale dice: io l’articolo 580 del codice penale lo dichiaro illegittimo, e deve essere cambiato secondo questi criteri. Benissimo, il Parlamento può ben rispondere alla Corte costituzionale: “Io tengo presente che a te il 580, come il presepe in casa Cupiello, non piace: te lo cambio, ma come dico io, seguendo alla lontana le tue indicazioni. Comunque lo cambio, quindi, quando tu tornerai a fare l’udienza la norma sarà cambiata. Non puoi dichiarare l’illegittimità costituzionale di una norma che nel frattempo è cambiata”.

Come lo si cambia l’articolo 580? Non c’è la depenalizzazione nella proposta Pagano. C’è la considerazione di situazioni diseguali che vanno trattate in modo diseguale. Converrete tutti che non sono eguali la situazione di chi, commettendo comunque un reato, gestisce la clinica Exit, e quindi vive professionalmente della morte degli altri, e quella di chi, invece, dopo dieci anni di assistenza continua del proprio parente, spinto dalla disperazione anche perché il proprio parente non smette di dire “basta, non ce la faccio più”, compie un atto così estremo. Allora, ferma restando la sanzione punitiva dello Stato, e quindi il giudizio di disvalore, è assolutamente ragionevole una differenziazione, quindi una sorta di punizione attenuata, per chi si trovi nella seconda situazione. Questa è la proposta Pagano.

E insieme con questo c’è una valorizzazione delle cure palliative. Perché se la Corte costituzionale dice che ogni trattamento di fine vita deve essere preceduto comunque dalle cure palliative, allora facciamo queste cure palliative, diamo piena attuazione alla legge 38 del 2010, una bella legge che ha un solo limite: quello di non essere mai stata adeguatamente finanziata, per cui non funziona. Cominciamo a inserire le cure palliative nelle facoltà di Medicina, dove sono assenti. Individuiamo delle scuole di specializzazione, anche per gli infermieri, non soltanto per i medici. Questo dice la proposta Pagano. Quindi non c’è nessun compromesso e nessuna depenalizzazione.

IL CORAGGIO DI OPPORSI

Concludo veramente con un auspicio. Quanto accaduto in Italia fino a questo momento – caso Englaro, legge sulle Dat, ordinanza 207 – è l’esito della prevalenza di orientamenti in senso lato culturali che, come dicevo all’inizio, non sono nuovi. Sono penetrati nel corso dei decenni nella comunità scientifica, nelle università, nelle aule di giustizia, nei media, per arrivare alla politica. Non condividiamo questi esiti? La strada da percorrere non può limitarsi ad un puro e opportuno intervento legislativo, ammesso che vi siano la volontà, i tempi, eccetera: deve essere l’approfondita elaborazione di una cultura della vita, e di una cultura della cura della sofferenza rispettose della dignità e della unicità di ogni persona. Non cerchiamo scorciatoie. Le scorciatoie significano sconfitte.

Abbiamo una grande responsabilità come italiani, perché guardate, su 28 Stati europei solo 3 hanno leggi sull’eutanasia, l’Italia sarebbe il quarto. In un contesto in cui gli Stati Uniti nel 1997 – da allora la Corte suprema non ha cambiato orientamento – hanno detto che il diritto di morire non esiste, e hanno cancellato leggi suicidarie presenti negli Stati di Washington e di New York; in un contesto in cui la Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2002 ha detto che il diritto di morire per mano di terzi non è coerente con la Convenzione europea dei diritti. Vogliamo renderlo coerente noi?

Sarebbe ancora più grave se questo avvenisse per sentenza di corte, seppure della Corte costituzionale: non solo sarebbe il quarto dei 28 Stati europei a fare questo, ma l’Italia non è il Lussemburgo, ha un peso nell’Unione Europea, nel mondo. E non è neanche il Belgio o l’Olanda. Ma lo farebbe come è stato per il Protocollo di Groningen, senza il vaglio neanche di un confronto parlamentare.

Quando, il 3 agosto 1941, il vescovo di Münster, il beato Von Galen, denunciò l’eutanasia dei malati di mente tedeschi, qualche gerarca andò da Hitler e disse: “Sopprimiamolo. Si è ribellato apertamente a un tuo decreto e ci ha fatto trovare in enorme difficoltà perché non era un decreto pubblico”, Hitler preferì sospendere l’eutanasia. Tra l’altro in quel momento era iniziato il conflitto anche con l’Unione Sovietica e quindi il fronte interno meritava di essere tenuto un po’ più saldo. Il cardinale Von Galen non ebbe timore di Hitler: ecco, io credo che noi non dovremmo avere timore della Corte costituzionale.

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Il Parlamento sta già lavorando sul suicidio assistito. Sarebbe logico concedergli più tempo

Il Parlamento sta già lavorando sul suicidio assistito. Sarebbe logico concedergli più tempo

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Foglio quotidiano, del 24 settembre 2019.

Stamane la Corte costituzionale torna a occuparsi del c.d. caso Cappato, dopo che, all’esito dell’udienza precedente, il 23 ottobre 2018, ne ha deciso il rinvio a oggi, sollecitando il Parlamento a provvedere nelle more. Nella Relazione sull’attività svolta nel 2018 il Presidente della Corte Lattanzi ha qualificato le indicazioni contenute nell’ordinanza di rinvio, la n. 207/2018, come “illegittimità prospettata” dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui sanziona l’agevolazione al suicidio: se si resta a quanto deciso nella camera di consiglio di dieci mesi fa, la sentenza è già scritta e ha i contenuti di quell’ordinanza. Dopo un percorso motivazionale non del tutto coerente – prima dice che l’art. 580 c.p. tutela i deboli, poi ne afferma l’illegittimità -, essa pare individuare un “diritto” alla morte, cui corrisponderebbe il “dovere” del medico, salva l’obiezione di coscienza, di garantirne la realizzazione.

Questo è uno dei temi dell’udienza di oggi. Non l’unico. La decisione della Corte ha riconosciuto che la materia è complessa e che il proprio intervento rischia di lasciare dei vuoti, e per questo ha preferito demandarne – se pure a tempo – la trattazione a una legge, che avrebbe tratti meno “chirurgici” e più organici. Il Parlamento non è rimasto senza far nulla: all’inizio del 2019 la Camera ha avviato l’esame di differenti proposte di disciplina della materia. Le Commissioni Giustizia e Affari sociali hanno dapprima svolto audizioni, quindi sono passate alla discussione dei testi proposti, poi hanno focalizzato l’attenzione su una ipotesi attenuata di reato – che rispondesse in parte alle indicazioni della Corte -, e su di essa hanno nuovamente aperto ad audizioni. Non hanno poi raggiunto un accordo sul testo da inviare in Aula. Uno dei rami del Parlamento ha comunque preso in seria considerazione l’invito a intervenire con un provvedimento normativo, come attestano la consistenza e l’intensità dei lavori svolti: ciò peraltro ha precluso per regolamento che analoghe iniziative legislative fossero esaminate in Senato.

La crisi di Governo e i tempi di formazione del nuovo Esecutivo e l’iter della fiducia hanno impedito di riprendere a trattare la materia. Se oggi la Consulta intendesse come non procrastinabile il termine fissato perché il Parlamento provveda, la sentenza interverrebbe senza che le Camere abbiano avuto modo di esprimersi per l’intero arco temporale individuato dalla Corte, essendo stati loro sottratti quasi due mesi. Peraltro, l’interlocuzione cercata dalla Consulta è col Parlamento nel suo insieme, ma uno dei rami di esso – il Senato – non è stato posto nella condizione di esprimersi.

Una sentenza pronunciata all’esito dell’udienza di oggi avrebbe comunque bisogno di un ulteriore intervento legislativo. Per fare qualche esempio, fra i tanti, sarebbe ben arduo definire con la pronuncia della Corte invece che con una legge la prioritaria attivazione dei trattamenti palliativi e il regime dell’obiezione di coscienza del medico: entrambi costituiscono punti salienti dell’ordinanza n. 207. Se una legge è necessaria è però indispensabile ulteriore tempo, per recuperare quello forzatamente non utilizzato a seguito degli impegni parlamentari imposti dalla crisi dell’Esecutivo, e per far esprimere Palazzo Madama, rimasto finora fuori dalla dialettica richiesta dalla Corte: immagino che andasse in questa direzione la garbata – e da troppi infondatamente criticata – telefonata della presidente del Senato al presidente Lattanzi.

Dunque, far decidere al Parlamento invece che al Giudice, se pure costituzionale, questioni cruciali, controverse e complesse, è l’altro tema dell’udienza di oggi. Se la Consulta ha stabilito che serve l’intervento delle Camere avrebbe senso oggi permettere con un rinvio di proseguire un lavoro comunque avviato. E non ridurre il Parlamento a un organismo che si limita a recepire acriticamente direttive europee e sentenze dei giudici nazionali.

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Video completo del convegno sul fine-vita

Video completo del convegno sul fine-vita

Proponiamo la registrazione completa del convegno Fine-vita: deontologia e legge dello Stato. Problemi e prospettive per il medico in vista della decisione della Corte Costituzionale, che si è tenuto a Roma lo scorso 20 settembre.

 

L’evento è stato organizzato da Associazione Scienza & Vita e Centro Studi Rosario Livatino.

Sono intervenuti: Angelo Salvi (membro del Centro Studi Rosario Livatino), Giuseppe Colavitti (professore), Pierantonio Muzzetto (presidente coordinatore della Consulta Deontologica Nazionale della FNOMCeO), Giovanni Maria Flick (presidente emerito della Corte Costituzionale), Assunta Morresi (professore), Maria Luisa Di Pietro (professoressa), Alberto Gambino (prorettore dell’Università Europea di Roma), Eugenia Roccella (giornalista), Mauro Ronco (presidente del Centro Studi Livatino).

La registrazione è stata effettuata da Radio Radicale.

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Papa Francesco ai medici: non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita

Papa Francesco ai medici: non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita

Discorso tenuto alla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri da Sua Santità Papa Francesco, il 20 settembre 2019.

 

Cari fratelli e sorelle,

accolgo con piacere tutti voi, appartenenti alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, e ringrazio il vostro Vice Presidente per le sue cortesi parole.

So che avete dedicato l’ultimo triennio agli “stati generali” della professione medica, ossia al confronto su come esercitare al meglio la vostra attività in un mutato contesto sociale, per meglio individuare i cambiamenti utili a interpretare le necessità delle persone e per offrire loro, insieme con le competenze professionali, anche un buon rapporto umano.

La medicina, per definizione, è servizio alla vita umana, e come tale essa comporta un essenziale e irrinunciabile riferimento alla persona nella sua integrità spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo. E voi medici siete convinti di questa verità sulla scorta di una lunghissima tradizione, che risale alle stesse intuizioni ippocratiche; ed è proprio da tale convinzione che scaturiscono le vostre giuste preoccupazioni per le insidie a cui è esposta la medicina odierna.

Occorre sempre ricordare che la malattia, oggetto delle vostre preoccupazioni, è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile; è sempre la condizione di una persona, il malato, ed è con questa visione integralmente umana che i medici sono chiamati a rapportarsi al paziente: considerando perciò la sua singolarità di persona che ha una malattia, e non solo il caso di quale malattia ha quel paziente. Si tratta per i medici di possedere, insieme alla dovuta competenza tecnico-professionale, un codice di valori e di significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso clinico un incontro umano.

Di fronte, dunque, a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia.

Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte. Come afferma la Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: «Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente» (n. 169).

San Giovanni Paolo II osserva che la responsabilità degli operatori sanitari «è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell’intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità» (Enc. Evangelium vitae, 89).

Cari amici, invoco sul vostro impegno la benedizione di Dio e vi affido all’intercessione della Vergine Maria Salus infirmorum. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

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Card. Bassetti: Quale dignità della morte e del morire?

Card. Bassetti: Quale dignità della morte e del morire?

Eutanasia e suicidio assistito
Quale dignità della morte e del morire?

 

Introduzione

Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza numerosa e qualificata. Ringrazio la Segreteria Generale della CEI per il lavoro con cui in questi tre anni ha accompagnato il Tavolo “Famiglia e vita”, attorno al quale è nata la proposta di questo incontro, allargato a tante Associazioni e realtà. Siamo qui insieme per riflettere sulla questione del cosiddetto “suicidio assistito” e sulla sua regolamentazione da parte del Parlamento o, in sostituzione del Parlamento, da parte della Corte Costituzionale. La questione è stata sollevata il 14 febbraio dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Milano, a proposito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, lo ricorderete, è quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie.

La Consulta ha, quindi, deciso di rinviare la trattazione della questione all’udienza del prossimo 24 settembre, invitando nel frattempo il Parlamento a colmare il vuoto giuridico riguardante le situazioni relative al fine vita. Se entro questa data il Parlamento non avrà condiviso un testo unico sull’argomento, la Consulta stessa potrebbe intervenire con una sua sentenza. Se così avverrà, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo.

Vista la gravità di queste tematiche e raccogliendo una preoccupazione diffusa, ho affidato il mio pensiero a un’ampia intervista, pubblicata dal quotidiano Avvenire in apertura dell’edizione di domenica 14 luglio. Su questo sfondo, oggi sento il dovere di esprimere nuovamente, a nome della Chiesa italiana, una posizione chiara su un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata; riguarda il piano normativo e, da questo, influenza il sentire comune e la prassi quotidiana, venendo a determinare gli stessi principi della convivenza.

Nel mio intervento odierno, intendo soffermarmi dapprima sulle implicazioni culturali della teoria e della pratica del suicidio assistito; affronterò poi le sue implicanze etiche, richiamando il principio inderogabile del rispetto della vita. In seguito, prenderò in esame le opzioni possibili in ambito giuridico, considerando l’incompatibilità di una legge favorevole al suicidio assistito con i principi costituzionali e la tutela dei diritti umani. Passerò poi a considerare le conseguenze sociali di una legittimazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, per concludere con un riferimento al compito della Chiesa. 

  1. Il diffondersi di un pensiero e di pratiche contrari alla vita

Da alcuni anni, e con sempre maggior frequenza, specialmente a seguito di alcuni casi che hanno avuto una vasta eco nel dibattito pubblico, anche nel nostro Paese si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica; da parte di alcuni si pretende che tale pratica, finora illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa, come già accaduto in altri Stati.

L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Tuttavia, mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia essa è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva – mediante la somministrazione al malato di sostanze letali – sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessari alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie l’atto eutanasico non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di porre fine all’esistenza del malato.

L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, nel qual caso si delineerebbe come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, configurandosi allora come assecondamento della volontà del malato di porre termine alla propria esistenza. In quest’ultima forma, l’eutanasia viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto “suicidio assistito”, nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all’aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario, il quale prepara e porge le sostanze letali, che il paziente assume autonomamente. Il suicidio assistito differisce, dunque, solo formalmente dall’eutanasia, poiché in entrambi i casi l’intenzione dell’atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona.

L’ammissione di questa pratica avrebbe effetti estremamente rilevanti dal punto di vista culturale, poiché il suicidio assistito è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione.

Dobbiamo soffermarci con attenzione su questo passaggio cruciale, perché rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto.

Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Se così fosse, non vi sarebbe ragione per prevenire il suicidio di alcuno. In tal caso, però, la base stessa della vita e della convivenza sociale sarebbero messe a repentaglio.

  1. Il valore primario della vita

La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa.

È drammatico che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”.

A bene vedere, questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura.

Come cristiani siamo convinti  che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri».[1] Ogni persona, quindi, ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri e può realizzarsi solo nel dono di sé e nell’apertura al prossimo. Siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo. La stessa malattia, se vissuta all’interno di relazioni positive, può assumere contorni molto diversi, e fare percepire a chi soffre che egli non solo riceve, ma anche dona. Anche per il malato, sottrarsi a questo reciproco scambio sarebbe – lo dico con grande rispetto ma con franchezza – un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare.

Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno.

  1. L’urgenza del dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali

La logica utilitarista porta rapidamente a una crisi del diritto stesso, il quale si vede trasformato in mera convenzione, in arbitrarietà e accordo tra le parti, invece che essere il mezzo per promuovere i valori umani.

La crisi giuridica emerge con evidenza nel passaggio istituzionale al quale stiamo assistendo, apparentemente avvitatosi in un percorso senza sbocchi, ma in realtà orientato, sottotraccia, all’approvazione di principi lesivi dell’essere umano.

Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento – come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare.

La via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso.

Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito.

In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato.

L’equivocità della legge sul biotestamento è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda del francese Vincent Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice.

L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe allora un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare. 

  1. Il pericolo della selezione e l’urgenza della solidarietà

Quali sarebbero, dunque, gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia?

Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla. Lo ripeto: il togliersi la vita non è dignitoso per l’essere umano; il semplice credere di poterlo fare è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale. Tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta.

L’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico.

Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati e in una grande percentuale non sono fatti nascere se portano qualche malattia o malformazione.

Le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta. Verrebbe così trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita. La stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno.

Mi piace a questo punto citare l’insegnamento del Papa. Lo faccio in un momento nel quale il parlare mi è divenuto pesante, a causa dell’asprezza dei contenuti; il ricordo della testimonianza quotidiana del Santo Padre, mi porta consolazione e m’infonde speranza. Dopo aver riconosciuto che «in molti Paesi c’è una crescita della richiesta di eutanasia», Papa Francesco afferma: «Ciò ha portato a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – aggiunge – che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile». E conclude: «Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo».[2]

  1. Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole

L’ultimo spunto che brevemente considero, riguarda proprio il compito della Chiesa. Essa è chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna. Nel quadro della nostra società, spesso smarrita e in cerca di un senso e di un orientamento, la Chiesa questi valori deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese.

Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo.

Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle Associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità.

Con questo, al mondo della politica assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico e non esitiamo a incalzarlo perché non smarrisca la dignità di ogni essere umano né ceda a discriminazioni e a tentazioni selettive. La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto, e faccia maturare giudizi sempre più avveduti e consapevoli.

Conclusione

Ringrazio tutti voi per essere qui oggi e per l’impegno con il quale contribuite al dibattito pubblico sulle tematiche relative alla vita. Che questa passione per la tutela e la promozione della vita e dell’autentica libertà delle persone, possa diffondersi a tutti i cristiani, a tutti i cittadini e ai nostri Parlamentari, molti dei quali so essere presenti in sala o comunque partecipi.

Il Signore ci assista in quest’opera di testimonianza alla dignità di ogni persona, che egli ha creata e redenta. La Madre di Gesù, che ha portato la croce insieme al suo Figlio, ci insegni a lottare, a sopportare, a guardare oltre la materialità delle cose, con occhi di fede.

Gualtiero Card. Bassetti

Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve
Presidente della CEI

[1] E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, 60.

[2] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 26 gennaio 2018.

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Eutanasia: associazioni, “Sentenza Corte sarebbe vera crisi parlamento”

Eutanasia: associazioni, “Sentenza Corte sarebbe vera crisi parlamento”

Comunicato stampa del comitato spontaneo Polis pro persona

(cioè oltre trenta associazioni no profit da leggere in calce)

“C’è un silenzio molto altisonante nel bailamme di questi giorni. Quello di tutti gli schieramenti politici che tacciono e volgono altrove lo sguardo di fronte allo stravolgimento istituzionale che incombe il prossimo 24 settembre. Quando, cioè, la Corte costituzionale introdurrà in Italia l’eutanasia per sentenza, disciplinando la vita e la morte di tutti noi, per la prima volta esplicitamente sostituendosi al legislatore. Come si legge da quasi un anno nell’ordinanza 207/18”. E’ quanto si legge in una nota del comitato spontaneo ‘Polis pro persona’, che riunisce oltre trenta associazioni no profit mobilitate contro l’eutanasia. “Lo strano silenzio su questo scenario eversivo – si legge ancora – è imperdonabile distrazione o sintomo che alla politica in fondo va meglio così? Di certo l’attuale chiasso di tutti su (quasi) tutto copre l’evidente imbarazzo, di fronte alle decisioni più essenziali, dei leader e delle Camere, che stanno per abdicare verso il nuovo legislatore composto dai giudici costituzionali. Pertanto, di fronte alle scelte da assumere nei prossimi giorni le forze politiche hanno innanzitutto il dovere di rispondere a questa domanda, dirimente per la stessa democrazia: ‘Esiste ancora la sovranità del Parlamento, eletto dal popolo?’. Se la risposta sarà ‘SI’ – osservano le associazioni -, le forze politiche e le istituzioni parlamentari dovranno affrontare la crisi politica in atto innanzitutto pretendendo dalla Corte costituzionale il rispetto delle attuali esigenze di Camera e Senato e dunque il dovuto rinvio dell’udienza del 24 settembre. Viceversa – concludono -, il perdurare del silenzio sarà comunque una risposta a questa nostra domanda. La risposta di chi sta ponendo fine alla repubblica parlamentare”.

(ELENCO ASSOCIAZIONI COMITATO POLIS PRO PERSONA:
ALEF – Associazione Liberi e Forti, ALLEANZA CATTOLICA, Associazione Nonni 2.0, Associazione Steadfast Onlus, Associazione RISVEGLIO, Associazione TRA NOI, Avvocatura in missione, Centro Studi Rosario LIVATINO, Collactio-orientecristiano, Comitato di collegamento di cattolici per una Civiltà dell’amore, COPERCOM – Coordinamento delle associazioni per la comunicazione, Cuore azzurro, Forum Cultura Pace e Vita ETS, L’albero, COSTRUIRE INSIEME, Comitato Difendiamo i nostri figli, Etica & Democrazia,ESSERCI, Forum delle Associazioni Sociosanitarie, Medicina e Persona, Movimento per la VITA, Movimento PER: Politica Etica Responsabilità, Nuovi Orizzonti, Ordine Secolare Francescano,  Politicainsieme, Osservatorio parlamentare “VERA LEX?”, Rete Popolare, Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici, UCID comitato scientifico, Unione Farmacisti Cattolici Italiani,Vivere Salendo.
Per info Domenico Menorello 3474412770)

 

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Per ora l’unica eutanasia è quella praticata alla politica, per mano delle forze di governo

Per ora l’unica eutanasia è quella praticata alla politica, per mano delle forze di governo

Comunicato stampa del Comitato spontaneo Polis pro persona (cioè oltre trenta associazioni no profit da leggere in calce)

Fanno mancare il fiato le spiegazioni del Presidente della Camera circa la gravissima decisione di non calendarizzare a settembre il doveroso riscontro all’ordinanza della Corte costituzionale n. 207/18. Secondo Fico ciò sarebbe addebitabile al mancato accordo su un testo – si badi bene – “sull’eutanasia”! Ma chi avrebbe deciso che l’unica risposta a questo inedito ordine di un giudice al Parlamento debba essere solo l’eutanasia? I 5 Stelle a guida radicale fingono di non accorgersi che ci sono proposte di legge, come quella n. 1888 di Pagano e altri, che propongono risposte serie alla Corte senza entrare nel merito di scelte eutanasiche. Ed è per timore che questa adeguata e ragionevole “risposta” alla Consulta – già condivisa trasversalmente da moltissimi deputati – diventasse un voto dell’Aula che, con atto molto grave, Fico non ha seguito una consolidata prassi, per cui a fronte di scadenze imminenti un argomento può essere comunque messo in calendario d’Aula con la formula dell’ “ove concluso”, con ciò subordinando l’effettivo voto alla conclusione per quel tempo del lavoro in commissione! Fico vuole a tutti i costi che si imponga all’Italia l’eutanasia, anche per sentenza e anche a costo di sacrificare il ruolo istituzionale della Camera che lui stesso presiede!

Inoltre, tutte le fonti parlamentari sono concordi nel riferire che le commissioni referenti non avrebbero raggiunto un’intesa lo scorso giovedì 1° agosto anche per una netta contrarietà verso tale possibile obiettivo, inspiegabilmente manifestata dal capogruppo della Lega in XII commissione, Panizzut.

Crediamo che la Lega abbia il dovere di chiarire pubblicamente se intenda – emulando i 5 Stelle – lasciare campo ad una sentenza della Corte costituzionale, che, per quello che scrive l’ordinanza n. 207/18, con ogni probabilità introdurrà, surrettiziamente, il suicidio assistito nel Servizio Sanitario Nazionale. Una legalizzazione dell’eutanasia per così dire “costituzionale”, perciò peggiore di qualsiasi legge. Né si può dimenticare che, prima del voto europeo cioè il 18 maggio scorso dal palco di Milano, la stessa Lega si impegnava a difendere l’Italia e “la vita di un intero continente, un’Europa di cui parlava Benedetto XVI” contro la negazione delle “radici giudaico-cristiane”, ammonendo che “chi nega le sue radici non costruisce nessun futuro”! Il 24 settembre scade la prima vera occasione per costruire un pezzo di quel futuro, onorando l’impegno politico assunto, peraltro non negoziabile nel caso dell’eutanasia e volendo rimanere alle stesse fonti citate il 18 maggio …

Al momento si tratta di una occasione mancata.

Le associazioni continueranno a chiedere alle istituzioni, ai parlamentari e ai leader un minimo di responsabilità e un sussulto di orgoglio, perché il Parlamento non sia espropriato e perché decisioni tanto gravi per la vita del Paese vengano assunte a viso aperto, senza il trucco di lasciar decidere chi non ha alcun mandato popolare e politico. E apprezziamo le iniziative parlamentari che vanno maturando in questi giorni. Abbiamo visto approvare complesse leggi elettorali in pochi giorni. Nessuno può convincerci che per il 24 settembre non ci sia il tempo di esaminare poche parole di modifica al Codice penale.

Noi rimaniamo tutti mobilitati, assieme al tavolo “Vita e famiglia”, per contribuire a questo strategico obiettivo, soprattutto verso il convegno dell’11 settembre dedicato a questo tema, che avrà come punto centrale la partecipazione dello stesso Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti.

Con preghiera di pubblicazione.

A cura di www.polispropersona.com  ALEF – Associazione Liberi e Forti, ALLEANZA CATTOLICA, Associazione I cammini di Francesco, Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, Associazione Ai.Bi. Amici dei Bambini, Associazione Nazionale FAMIGLIE NUMEROSE, Associazione Nonni 2.0, Associazione Steadfast Onlus, Associazione RISVEGLIO, Associazione TRA NOI, Centro Studi Rosario LIVATINO, Collactio-orientecristiano, Comitato di collegamento cattolici per una Civiltá dell’Amore, Comunitá Papà Giovanni XXIII, Cuore azzurro,  L’albero, COSTRUIRE INSIEME, Comitato Difendiamo i nostri figli, Fondazione De Gasperi, Etica & Democrazia, ESSERCI, Forum delle Associazioni Sociosanitarie, MCL – Movimento Cristiano Lavoratori, Medicina e Persona, MOIGE-Movimento Italiano Genitori, Movimento per la VITA, Movimento PER: Politica Etica Responsabilità, Politicainsieme, Osservatorio parlamentare “VERA LEX?”, Rete Popolare, Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici, UCID comitato scientifico, Unione Farmacisti Cattolici Italiani, Vivere Salendo

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La propaganda prevale sulle “riflessioni”, mentre il Parlamento dorme

La propaganda prevale sulle “riflessioni”, mentre il Parlamento dorme

Parere del Comitato Nazionale di Bioetica sull’aiuto al suicidio.

La propaganda prevale sulle “riflessioni”, mentre il Parlamento dorme.

Il parere del CNB-Comitato nazionale di bioetica sull’aiuto al suicidio dà conto delle posizioni diversificate al proprio interno. Peccato che nella comunicazione mediatica siano state fatte prevalere le “riflessioni” pro, e per questo più che riflessioni appaiono propaganda perché la Corte costituzionale completi l’opera annunciata con l’ordinanza n. 207/2018.

Vari e di rilievo sono i punti inaccettabili nel testo del parere: inaccettabile è la posizione che propone di distinguere fra l’aiuto al suicidio e l’eutanasia: come se uccidere in via diretta un essere umano o prestargli ausilio per togliersi la vita fosse qualcosa di diverso dal punto di vista sostanziale, etico e giuridico. E’ inaccettabile l’autodeterminazione quale unico criterio di riferimento, in linea con quanto sostenuto dalla Consulta: come se dignità e autodeterminazione fossero la stessa cosa. E’ contraddittorio il richiamo alle cure palliative, se poi viene giustificata la strada dell’aiuto al suicidio.

La parola passa a un Parlamento che finora ha dormito. Si lamenta di frequente l’invasione del terreno legislativo da parte della giurisdizione o di realtà terze: ci sono ancora pochi giorni perché Camera e Senato dimostrino non solo di non volere l’inserimento del suicidio assistito nel SSN, ma anche di non accettare il proprio conseguente suicidio come istituzione.

Roma, 30 luglio 2019

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Diritto alla morte? Ronco: “Controsenso giuridico”

Diritto alla morte? Ronco: “Controsenso giuridico”

Intervista a Mauro Ronco di Massimo Magliocchetti, pubblicata sul numero di giugno 2019 di Sìallavitaweb, rivista online a cura del Movimento per la vita italiano.

 

L’Italia entra nel pieno del dibattito in tema di eutanasia. Lo scorso 24 giugno sono iniziati i lavori alla Camera dei Deputati e comincia il conto alla rovescia per il 24 settembre, data dell’udienza innanzi alla Corte Costituzionale, una giornata che potrebbe segnare il punto di non ritorno per quanto riguarda la non punibilità delle condotte di aiuto al suicidio. Per capire meglio cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere abbiamo incontrato il Prof. Avv. Mauro Ronco, Presidente del Centro Studi Livatino ed Emerito di Diritto Penale all’Università di Padova, curatore di un interessante libro dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”

 

Professore, da pochi giorni è stato presentato un prezioso lavoro da Lei curato, dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”.

«Mi sono dedicato alla cura del libro dopo aver letto l’ordinanza della C. Costituzionale 16 novembre 2018 che ha rinviato al settembre 2019 la decisione definitiva sulla questione di costituzionalità dell’art.580 c.p. La motivazione dell’ordinanza è concettualmente inadeguata rispetto alla gravità e alla rilevanza della decisione che dovrà essere assunta. Se si pensa che le due Corti per i diritti umani maggiormente rappresentative nel mondo occidentale – la Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1997 e la Corte Europea dei Diritti Umani nel 2002 – hanno entrambe escluso che il principio di autodeterminazione possa configurare un “diritto” al suicidio assistito, si comprende quanto sia rilevante la responsabilità che grava sulla Corte italiana. Il libro nasce come esigenza morale di uno studioso del diritto che non intende sottrarsi alla sua parte di responsabilità omettendo di far conoscere approfonditamente le ragioni per le quali deve considerarsi gravemente ingiusta e pregiudizievole per il bene della generazione attuale e di quelle future un’eventuale pronuncia che dovesse togliere, anche soltanto in parte, il divieto dell’aiuto al suicidio».

 

• La Camera dei Deputati a breve inizierà la discussione in Aula su alcune proposte di legge in materia di eutanasia. Crede che con l’approvazione di una legge sull’eutanasia in Italia assisteremo alla “morte del diritto”?

«Confido che il Parlamento italiano non approvi alcuna legge eutanasica echeilPresidentedellaRepubblica, come tutore della Costituzione, non promulghi un’eventuale legge di tal genere. Si tratterebbe infatti di una legge contraria alla Costituzione, in specie ai principi espressi, in sinergia tra loro, dagli articoli 2 e 3, 1 e 2 comma, che costituiscono il precipitato giuridico del principio della dignità oggettiva di ogni essere umano Tale principio implica l’indisponibilità assoluta della vita umana innocente. Se le cose dovessero invece procedere nel senso auspicato dalla Corte costituzionale si verificherebbe una ferita dolorosissima dell’intero tessuto giuridico, che coinvolgerebbe la responsabilità dell’istituzione la cui missione è la tutela della Costituzione. Si sancirebbe in qualche modo la fine della Carta secondo l’spirazione solidaristica che, nell’incontro tra le forze di tradizione cristiana e quelle di tradizione socialista, ha focalizzato nella dignità oggettiva di ogni essere umano, nell’uguaglianza ontologica di ciascuno in forza della sua novità di essere venuto al mondo e nella solidarietà per il bene di tutti il nucleo veritativo essenziale della convivenza sociale. Si aprirebbe così una nuova fase storica e giuridica in cui altri e diversi principi- in particolare il soggettivismo e il liberalismo radicalmente relativista – governerebbero la nostra vita sociale, rendendola ancor più “liquida” e ingovernabile, se non con la forza».

 

• Quasi un anno fa il Parlamento ha varato la legge sulle Dat. Sia il Centro Studi Livatino che il Movimento per la Vita, insieme a tante altre associazioni prolife, si sono battute affinché venisse bloccata. Ancora tanti rimangono i punti critici. Tra i tanti, l’assenza di una esplicita previsione del diritto all’obiezione di coscienza. Come giudica questa evidente lacuna?

«La lacuna della previsione dell’obiezione di coscienza rientra in un tentativo attuale di forzare la formazione e la libertà della coscienza. Vero è che il diritto che si pretende liberale e che assume come sua guida il relativismo etico assoluto sente la necessità di consolidarsi con la costrizione. Troppi medici, secondo i relativisti, si vietano per motivi di coscienza, di compiere gli aborti. Occorre stringere le maglie della legge, squalificando l’obiezione di coscienza e cancellandone la memoria nei testi legislativi. E’ una tragica illusione pensare che i relativisti e libertari siano realmente “liberali”, cioè tolleranti. In realtà, se non riescono nei loro obiettivi con la seduzione, sono determinati a usare la forza».

 

• Il prossimo 24 settembre la Corte costituzionale terrà una nuova udienza per decidere la legittimità costituzionale della norma del codice penale – l’art. 580 – che punisce l’aiuto al suicidio. Fare un pronostico dell’esito è difficile. Se venisse dichiarato incostituzionale l’aiuto al suicidio, quali scenari si aprirebbero in Italia?

«Gli scenari giuridici sarebbero quelli di una vera e propria agonia del diritto, quasi da considerarsi un malato terminale, con tutte le conseguenze di disordine e di comprensione che una tale malattia determina nel corpo sociale. La società italiana però conserva molte energie positive. Basti al riguardo ricordare la coraggiosa presa di posizione della Federazione Nazionale dei Medici, che ha recentemente ribadito il divieto incondizionato per tutti i medici previsto dall’art. 17 del codice deontologico, di procurare la morte del paziente, anche su sua richiesta».

• In sintesi, esiste un diritto a morire?

«Parlare di un “diritto” alla morte, come da molti anni fanno alcuni giuristi anglosassoni (“Right-to-Die”), secondo un’ideologia che si è diffusa anche in Italia, è un vero controsenso giuridico. Il suicidio è completamente estraneo alla dimensione della giuridicità, cioè della reciprocità tipica del riconoscimento tra persone uguali e responsabili. La pretesa di giuridicizzarlo, come “diritto” al suicidio assistito, facendolo entrare nell’universo dell’intersoggettività, sfocerebbe comunque nel fallimento, perché con l’atto stesso che dà attuazione alla pretesa si dissolve la relazione intersoggettiva.

Entrambi i membri del rapporto – chi chiede e chi aiuta a morire – sono ridotti a oggetto, perché il riconoscimento dell’altro come persona è indispensabile all’esistenza della relazione giuridica. Nessuno può denegare la dignità ontologica a un’altra persona, contribuendo a ucciderla, senza denegarla nello stesso tempo a se stesso».

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