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Articolo di Alfredo Mantovano apparso il 4 marzo 2016 su Tempi.

Quando un bambino diventa un oggetto di propaganda. Usciamo dalla polemica a caldo, che certo si giustifica ma che inevitabilmente si perde in scambi di ingiurie. Al Senato è stato imposto con voto blindato e senza alcun confronto un testo di legge che introduce in Italia il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Il presidente del Consiglio e leader del Pd assicura che la Camera ratificherà in tempi rapidi. Dal testo è stata stralciata la stepchild adoption ma – inserendo le norme approvate nel contesto della giurisprudenza delle Corti europee – lo stralcio è una presa in giro perché introdurre un regime di unioni civili eguale a quello del matrimonio comporta in modo rapido e diretto che qualsiasi giudice possa autorizzare l’adozione tout court. Comunque, per essere sicuri, esponenti del Governo e della maggioranza già lavorano alla annunciata riforma delle adozioni.

Che cosa manca per chiudere il cerchio? La legittimazione dell’utero in affitto, pardon maternità di sostegno (espressione suggerita dalle linee guida per i giornalisti della presidenza del Consiglio), o “g.p.a.”, gestazione per altri. Finora in molti hanno sostenuto che l’utero in affitto non c’entra nulla con le unioni civili, e che il solo evocarlo costituisce una provocazione. In molti, non tutti; la senatrice Cirinnà ha più volte precisato che l’importante è che quella pratica non avvenga in condizioni di assoggettamento delle donne coinvolte: il che significa che va bene quando tutti appaiono alla pari, con ruoli, tempi e compensi condivisi e contrattualizzati. Al di là delle dichiarazioni, nel maxiemendamento votato manca una disposizione che rafforzi il divieto della pratica medesima, e renda effettiva l’operatività dell’articolo 12 della legge 40/2004, che lo conteneva: come è noto, più d’una sentenza pronunciata di recente ha mostrato come la sanzione prevista da quella norma sia aggirabile se l’utero è stato “affittato” fuori dai confini nazionali.

Qual è l’oggettivo senso politico della nascita del “figlio” di Nichi Vendola? È del tutto simile al senso politico dell’aborto praticato in piazza 40 anni fa dalla Bonino o dalla droga più volte pubblicamente fumata da Pannella: personaggi noti lanciano una sfida; se si avvia un procedimento penale, è proprio quello che si cerca: ci si erge a vittime, e l’adeguamento della legge serve a impedire che – e questa è già vulgata mediatica – la bieca repressione trasformi in delinquente il responsabile del “gesto di amore”. È uno schema consolidato: si pianta una bandiera, ben sapendo che i più non concordano che quel drappo sia collocato così in avanti. Si dà per certo che lì non si arriverà; intanto però c’è sempre chi evoca una soluzione intermedia, che dia risposte a “casi pietosi”; così, se non si è arrivati alla liberalizzazione, di fatto vi è stata una depenalizzazione.

La dinamica dell’utero in affitto è identica: oggi un noto leader della sinistra lo realizza, la bandiera è piantata e diventa oggetto di discussione. Domani un giudice vestirà di arditi abiti giuridici la produzione di bambini à la carte. Dopodomani un Parlamento imbelle si farà imporre una normativa blindata per tradurre in norma quel che la combinazione mediatico/giudiziaria ha introdotto nei fatti. Che si può fare? Intanto pretendere una informazione completa: i media hanno riferito della gioia di Vendola e compagno. Però, possiamo conoscere la versione della donna che è stata sottoposta a elettrostimolazione ovarica e di quella che ha condotto la gravidanza e poi si è vista togliere il figlio? Possiamo conoscere le clausole del contratto? Riusciamo ad avere un’idea di come qualcuno – un bambino – sia trasformato in un oggetto di disciplina e di diritti formalizzati? Poi capire che cosa accadrà se i neo genitori torneranno in Italia: potranno registrare nel Comune di residenza un figlio biologicamente non loro? Gradiremmo saperlo subito. Se la risposta sarà il silenzio, il cerchio è chiuso. Ma la parola, ancora di più, compete agli italiani.

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