In via Curtatone sono stati sgomberati anche i dati obiettivi. Li ospitiamo qui

In via Curtatone sono stati sgomberati anche i dati obiettivi. Li ospitiamo qui

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 3 settembre 2017 su Tempi.

Immigrazione. È compatibile con ragionevolezza? Non è una domanda retorica. Pensiamo allo sgombero del palazzo occupato in via Curtatone a Roma e alle reazioni che ha provocato: è stato raro trovare, soprattutto nell’immediatezza (quando tuttavia si forma una opinione diffusa), prese di posizione che abbiano tenuto conto di quanto è realmente accaduto, e che abbiano mostrato qualcosa lontanamente simile a equilibrio e a capacità di distinguere.

Quel che è passato, ahimè perfino nelle parole di prelati a commento dell’accaduto, è che vi è stato un intervento massiccio e inutilmente violento delle forze di polizia, che ha colpito pesantemente richiedenti asilo, profughi e poveri disgraziati (“Se la povertà è una colpa”, titolava il giorno dopo la Repubblica, a firma del past director Ezio Mauro), lasciandoli senza un tetto. È andata proprio così? Questi i dati obiettivi:

a) l’edificio era occupato da anni, e a non pochi dei richiedenti asilo che vi dimoravano erano state proposte differenti collocazioni, che essi non avevano accettato;

b) il giudice per le indagini preliminari di Roma, su sollecitazione della proprietà dell’immobile, aveva emesso un provvedimento di sequestro, e questo era accaduto ben quattro anni fa. L’ossequio alle decisioni dell’autorità giudiziaria varia a seconda dei destinatari delle stesse?

c) all’inizio del 2016 il prefetto Tronca, quale commissario al Comune della capitale, aveva concordato col prefetto di Roma dell’epoca, Franco Gabrielli, un piano che, oltre allo sgombero, prevedeva la riallocazione in altre dimore di chi ne avesse titolo, ma l’esecuzione dell’accordo, che avrebbe dovuto seguire all’inizio della nuova amministrazione capitolina, è stato da questa lasciato cadere;

d) dentro l’immobile non vi erano solo profughi e migranti in attesa di decisioni sullo status di rifugiati, ma anche soggetti privi di qualsiasi titolo di soggiorno;

e) da quanto rintracciato nell’edificio dopo lo sgombero, si ipotizza che numerosi alloggi erano “affittati” da mascalzoni, che hanno profittato dell’altrui disperazione;

f) l’edificio conteneva oggetti potenzialmente lesivi, a cominciare dalle decine di bombole di gas rinvenute;

g) vi erano pure individui socialmente pericolosi, se è vero che quattro aggressori alla polizia sono stati arrestati, e gli arresti convalidati. Qui bisogna decidere: se i poliziotti non fossero intervenuti quelle bombole sarebbero ivi rimaste in quantità, e si sarebbe scatenata una polemica, alimentata dalla dinamica degli attentati di Barcellona e dintorni, sul perché non si fosse fatto nulla per disattivare il rischio. Poiché sono intervenuti, hanno però egualmente sbagliato, perché – si è detto – nulla faceva presumere una loro destinazione non pacifica, pur se qualcuna di tali bombole è stata graziosamente adoperata come arma contundente verso i poliziotti;

h) dell’edificio si sono interessati attivamente gruppi di area antagonista, il cui profilo non corrisponde esattamente a quello di profughi. Tutto questo ha ridotto via Curtatone a un problema di ordine pubblico, scaricandone la gestione sul sistema sicurezza, e in particolare sulla Polizia di Stato. È giusto che sia così?

La leggiadra assenza del sindaco
«Studiare soluzioni alternative»: è quello che il cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha auspicato, rispondendo ai giornalisti, non senza aver ricordato la necessità di evitare il ricorso alla violenza. Non è ammissibile non fare nulla, e poi limitarsi al commento, positivo o negativo, del lavoro delle forze di polizia. “Soluzioni alternative” vuol dire che, quando diventa indispensabile riportare il rispetto minimo di regole fondamentali, per esempio liberando un immobile nel cuore della Capitale, deve essere contestualmente pronto il luogo nel quale collocare chi ne ha diritto: e questo interessa più soggetti istituzionali, ed esige un ruolo attivo di governo, regioni e comuni. E se il governo le proprie responsabilità mostra di assumerle, col coinvolgimento dei prefetti e il reperimento degli edifici pubblici non utilizzati, non si può dire che vi sia stata finora analoga disponibilità da parte degli enti territoriali. Il mix di sindrome Capalbio (all’insegna dell’ovunque fuorché da noi) e di leggiadra assenza del sindaco della Capitale è ben più lesivo degli idranti dei Reparti mobili.

L’istigazione e l’aiuto al suicidio

L’istigazione e l’aiuto al suicidio

Pubblichiamo il commento del prof. Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino – in esclusiva per questo sito -, riguardante l’ordinanza depositata il 10 luglio 2017, con la quale il Gip del Tribunale di Milano dott. Luigi Gargiulo ha disposto l’imputazione coatta per il delitto di istigazione al suicidio a carico dell’on. Marco Cappato per la morte di (altro…)

GB, bambina cristiana affidata a famiglie islamiche. E “La Repubblica” si scopre clericalista musulmana

GB, bambina cristiana affidata a famiglie islamiche. E “La Repubblica” si scopre clericalista musulmana

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 30 agosto.

C’è qualcosa che avvicina la vicenda di Tower Hamlets (la bambina cristiana data in affido a coppie musulmane radicali) a quella di Charlie Gard. Entrambe sono accadute in quella Londra che dalla Magna Carta in poi è additata come il luogo storico della tutela dei diritti e della difesa da ingerenze dispotiche dei poteri sovraordinati.

Nel giro di poche settimane uno dei più importanti e stimati nosocomi della Capitale inglese, il Great Ormond Street Hospital, e uno dei municipi londinesi, Tower Hamlets, hanno assunto decisioni di peso su diritti fondamentali, con controverse implicazioni di ordine etico, e in entrambi i casi non hanno fornito informazioni, e ancora meno illustrazione delle ragioni che hanno determinato quelle scelte. Anche a tutela di entrambe le autorità sarebbe stato utile, nel rispetto della delicatezza dell’uno e dell’altro caso, capire perché; invece ci si trova di fronte a passi che hanno dell’apodittico, per Charlie con l’avallo dell’autorità giudiziaria nazionale e della Cedu, per la bambina data in affido a due famiglie musulmane con la sola difesa del silenzio. E’ inevitabile che la gravità del fatto provochi le reazioni più varie, pur se l’incompletezza di dettagli rischia di far sfuggire qualcosa.

Avendo ben chiara l’esistenza di questo handicap conoscitivo, la questione si liquida in breve: pare di trovarsi di fronte a un affido, e non a un’adozione; questo spiega perché non se ne occupi un giudice, ma i servizi sociali del municipio londinese. L’affido, come l’analogo istituto presente nell’ordinamento italiano, è una misura temporanea di allontanamento del minore dalla propria famiglia, in presenza di problemi gravi ma non irreversibili, che si presume possano essere superati nel tempo.

Se effettivamente è un affido, la decisione di collocare la bimba in un contesto religioso e in senso lato culturale così diverso rispetto a quello originario, è ancora più incomprensibile che se si fosse disposta una adozione (che pure avrebbe incontrato forti riserve); quale prospettiva eventuale di rientro nel contesto della nascita garantisce l’attuale così radicale cambiamento di vita quotidiana subito dalla bambina? E comunque, in un ordinamento civile il faro di ogni opzione in materia è quello che in Italia si chiama “il superiore interesse del minore”: evidentemente non rispettato se a cinque anni le donne con le quali la piccola ha a che fare circolano in burka, se le si vietano cibi fino a quel momento a lei graditi, e se le si impone di abbandonare i segni della fede cristiana, indossati o praticati.

Sorprende che il coro di dissenso dalla decisione di Tower Hamlets non sia così unanime. La Repubblica, quotidiano militante nella promozione di quelli che identifica come diritti di libertà, ha affidato ieri il commento alla vicenda alla penna di Alberto Melloni e a un’intervista a Melita Cavallo, che da presidente del Tribunale dei minori di Roma aveva legittimato l’adozione da parte di persone dello stesso sesso. Né l’uno né l’altra dichiarano di condividere quanto deciso per la bimba inglese. Ci sono però dei distinguo.

Il prof. Melloni si avventura in un’analogia con le storie di bambini ebrei salvati dai campi di sterminio ma poi convertiti al cristianesimo – tra i tanti elementi di differenza, per essi mancò qualsiasi decisione pubblica di affido del minore -, e poi ricorda che bimbi slavi o asiatici sono stati dati in adozione a genitori italiani: i quali però non hanno rispettato la confessione religiosa della famiglia di origine. Sulla stessa lunghezza d’onda la dottoressa Cavallo che, richiamando la sua lunga esperienza di giudice minorile, ha spiegato come i genitori italiani adottivi non si pongano scrupoli nel mandare in chiesa o al catechismo i bambini ricevuti da contesti disomogenei. Vi è il rischio, ammonisce Melloni, di precostituire “gabbie etniche” per l’adozione.

E’ sempre difficile riaffermare l’ovvio, ma ci provo. Il bene del bambino che viene da una situazione di estrema difficoltà – altrimenti non andrebbe in affido o in adozione – non consiste nell’incrementare il disagio, come pare stia avvenendo per la piccola londinese. La religione c’entra ben poco, nel momento in cui per chi ha appena cinque anni vengono meno poche certezze – la pasta alla carbonara che tanto le piace, e che adesso le è preclusa perché contiene carne di maiale, e il crocifisso che portava al collo e che le è stato tolto – e aumenta la difficoltà di correlarsi: come è possibile se in pubblico non vede il volto della nuova mamma?

Non si tratta quindi di teorizzare l’adozione o l’affido per confessione religiosa – le “gabbie etniche” -, ma di perseguire laicamente il miglior interesse del minore. Se quest’ultimo collide con la pratica di una determinata fede, nella specie l’islam, e/o di una applicazione integrale dei suoi precetti, è esattamente tale ricaduta che preclude l’adozione o l’affido, non già una pregiudiziale di principio confessionale.

Rileggiamo Benedetto XVI a proposito del rispetto contestuale per la libertà religiosa e per i diritti fondamentali: la prima è inclusa nei secondi, non è a essi contrapposta. Melloni e Melito paiono evocare una sorta di reciprocità fra cristianesimo e islam: come nessuno controlla se un neonato proveniente da una famiglia musulmana bosniaca sia educato all’islam da genitori cattolici – questo essi dicono -, così la drammaticità del caso londinese non è qualcosa da rifuggire, ma una scelta dei servizi sociali sulla cui opportunità è necessario confrontarsi.

Domanda: per Melloni e Melito la reciprocità vale sempre? La domanda è retorica perché dubito che Melloni e Melito desiderino vietare l’esercizio della preghiera e del culto islamico in Italia a causa del fatto che negli Emirati arabi il culto cristiano non è permesso. La libertà religiosa, caposaldo della civiltà occidentale, va garantita senza condizioni. Ha allora ancora meno senso parlare di reciprocità quando sono in gioco diritti fondamentali della persona, in quanto tali non passibili di contrattazione.

E’ però singolare che chi opera per estromettere il dato religioso dalla vita comune e dalle scelte civili poi lo recuperi quando c’è di mezzo l’islam. Nella vasta gamma del politically correct mancava il clericalismo musulmano da parte di soggetti ordinariamente laicisti. La Repubblica ha colmato la lacuna.

I migranti e il Papa

I migranti e il Papa

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Foglio il 22 agosto 2017. 

Davvero Francesco voleva mandare un messaggio sullo ius soli al nostro Parlamento? No.
Leggere prima di commentare. La massima è ovvia se l’intenzione è capire. Se invece l’obiettivo è tirare il Papa dalla propria parte basta fermarsi a qualche titolo forzato. La lettura del Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 va poi affiancata alla rilettura degli interventi precedenti sullo stesso tema. La conclusione non è esattamente l’apologia della proposta di legge in discussione al Senato sullo ius soli, come i media hanno subito sintetizzato, con seguito altrettanto rapido di chiose pro e contro. Punto n. 1. Se le parole di Francesco riguardano la giornata “mondiale” dei migranti, vuol dire che il cono di attenzione non è solo l’Italia, ma è niente più the il mondo. E nessuno può negare che nel mondo, di fronte alla mole dei movimenti migratori, vi sia, per riprendere i quattro termini chiave adoperati nel messaggio, un serio deficit di accoglienza – per non andare troppo lontano, va tutto bene ai confini meridionali della Libia, con chi proviene da Sud? -, di protezione -per non andare troppo lontano, siamo contenti che nessun curdo riesca ad allontanarsi dalla Turchia, a seguito del turpe accordo con l’Ue del marzo 2016? -, di promozione e di integrazione: gli spettacoli di Calais o dei confini balcanici dicono qualcosa in proposito. Punto n. 2. Se it Messaggio riguarda il mondo, e non solo l’Italia, l’Italia tuttavia non è tenuta a disinteressarsene ma, rispetto alle questioni che esso pone, e chiamata a confrontarlo con il complicato stato dell’arte al proprio interno. La “detenzione” nei centri di raccolta finalizzati alle espulsioni è limitata da tempo a pochissimi casi, al tal punto che l’esigenza da noi è opposta: e cioè garantire la sicurezza comune con l’inserimento nei centri di coloro che devono essere allontanati coattivamente perché delinquenti, o sospetti di terrorismo. Prima accoglienza e assistenza sanitaria sono garantite a prescindere dall’ingresso regolare e – quanto alle cure mediche – a prescindere dalla presentazione di una domanda di asilo. Il Papa fa riferimento pure alla formazione del personale di polizia di frontiera: dentro e fuori l’Europa, tutti attestano l’ottima qualità delle forze di polizia italiane a ciò dedicate. Punto n. 3. Poniamo a fianco gli auspici del Papa sugli strumenti di integrazione, dalla conoscenza della lingua all’istruzione, alle garanzie sul lavoro con la legislazione italiana, consolidatasi in un quarto di secolo. C’è tanto da fare quanto alla piena applicazione delle norme vigenti, ci sono ancora sacche di sfruttamento pesante, da Rosarno alla Capitanata e al Casalese, ma se si svolgono periodiche operazioni di polizia, è in coerenza con un ordinamento che impone di intervenire. Da qualche sindacalista entusiasta della lettura strumentale del Messaggio di Francesco ci si attenderebbero piuttosto occhi aperti dalle sezioni del suo sindacato sui territori critici. Punto n. 4. Giusto per non eludere il nodo sul quale si è scatenata la polemica: la cittadinanza. Il passaggio contenuto nel messaggio si presta più di altri a rilanci equivoci. Ma la sua lettera esprime la preoccupazione a evitare apolidie. La gradualità del nostro sistema – permesso di soggiorno, carta di soggiorno, cittadinanza – riconosce un progressivo pieno inserimento molto prima del riconoscimento della cittadinanza, sempre che it migrante collabori, e ciò scongiura l’isolamento proprio degli apolidi. Questi ultimi sono pressoché sconosciuti in Italia: tutti i migranti, o quasi, hanno la propria cittadinanza di origine, e taluni di loro non chiedono quella italiana perché rischierebbero di perdere quella della nazione di provenienza. Senza trascurare le centinaia di migliaia di provvedimenti concessi negli ultimi anni. Leggere prima di commentare. Altrimenti a essere espulsi sono buon senso e ragionevolezza.