Apr 20, 2017
Il Centro Studi Livatino formato da magistrati, docenti universitari, avvocati e notai, dopo aver diffuso nei giorni scorsi un un appello di oltre 250 giuristi, inviato a Deputati e Senatori, e un documento sulle gravi ricadute che le nuove norme avranno sull’esercizio della professione medica, esprime preoccupazione per il testo appena approvato dalla Camera: confuso, contraddittorio, impreciso e nella sostanza eutanasico, esso avrà – se confermato dal Senato – delle gravi ricadute sul rapporto fra medico e paziente.
La relazione di fiducia, fondata da millenni sul giuramento di Ippocrate in vista del bene-salute dell’ammalato, viene oggi sostituita dal principio della disponibilità della vita umana e dal burocratismo di un consenso che impegnerà il medico più nella compilazione di carte che nei necessari trattamenti di cura e terapia. Da professionista che punta alla salute del paziente questa legge trasforma il medico in un soggetto ossessionato dalla dettagliata informazione del malato, dalla verifica della comprensione di costui, dalle modalità di esplicitazione del consenso. La costrizione a sospendere idratazione e alimentazione, se assistite, insieme con trattamenti di sedazione profonda, sono in tutto e per tutto atti di eutanasia. A differenza di quanto dichiarato, l’obiezione di coscienza non è riconosciuta con le forme dovute – analoghe a quelle che riguardano altre materie – e invece vi è l’estensione della disciplina alle strutture sanitarie non statali.
Se ha avuto senso respingere il 4 dicembre scorso la cattiva riforma della Costituzione, è anche perché il Senato riveda per intero una disciplina così dannosa e incivile.
Roma, 20 aprile 2017
Il Centro studi Livatino
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Apr 20, 2017
Articolo di Aldo Vitale pubblicato il 13 aprile 2017 su Tempi.
Alcune agenzie di stampa hanno riportato la notizia della recentissima decisione dell’Alta Corte di Londra con cui si autorizzano i medici al distacco dei trattamenti di sostegno vitale del piccolo Charlie Gard, neonato di pochi mesi affetto da una rara e mortale patologia genetica, anche contro il consenso dei suoi stessi genitori che, invece, vorrebbero raccogliere dei fondi per trasferire il bambino negli USA e sottoporlo ad una terapia sperimentale.
La notizia sembra aver lasciato praticamente tutti indifferenti.
Nell’epoca dell’emotività per il desiderio di morte di Dj Fabo sostenuto a gran voce dai comuni mezzi di comunicazione di massa, in cui si predica in lungo e in largo per l’autonomia delle scelte, per la tutela dell’autodeterminazione del paziente, per il rispetto della volontà del sofferente o di chi lo rappresenta, per la necessità dell’approvazione di una legge che garantisca il confezionamento di disposizioni anticipate di trattamento, per l’adozione dei modelli esteri di scelte di fine-vita, nessuno sembra turbato dalle notizie che giungono dall’Inghilterra, cioè che una sentenza possa decidere dell’eutanasia non consensuale di un minore e per di più contro il volere dei suoi genitori.
Il caso è la perfetta e incontrovertibile dimostrazione che dietro la (pseudo)cultura della libertà senza vincoli si celano i pericoli della cultura dei vincoli senza libertà.
Il diritto di morire, reclamato come espressione della moderna e progredita civiltà, si trasforma, presto o tardi, in un dovere di morire.
La società che accetta il sessualmente diverso e la polimorfia dell’orientamento sessuale nel nome della tolleranza, è la stessa che non accetta la diversità del malato e non tollera il fardello – anche soltanto morale – che esso rappresenta attivando quest’ultimo nella coscienza gli obblighi di cura, di assistenza e di umanità a cui nessuno può rinunciare direttamente o indirettamente.
Meglio sopprimere il malato, dunque, ritenendolo non idoneo, e reprimere all’un tempo gli obblighi della coscienza, in favore di una mentalità dell’avere e del capriccio che intorpidisce il senso morale, poiché in nome della tolleranza si sacrifica la verità dell’essere umano.
Nulla di nuovo, del resto.
Storia, sì, ma storia dimenticata.
Il caso di Charlie Gard dovrebbe allarmare non solo in senso quantitativo, cioè perché il fenomeno dell’eutanasia infantile sta cominciando a propagarsi oltre i confini dell’Olanda in cui ha avuto ampia, ma circoscritta diffusione negli ultimi anni, ma anche e soprattutto in senso qualitativo, poiché segna il punto di non-ritorno verso la catastrofe, lo stesso che l’Europa ha già oltrepassato allorquando la sua cultura – atrofizzata, come quella attuale, da molteplici fattori come il positivismo scientifico e giuridico, il darwinismo sociale, l’ateismo scientifico, il nazionalismo che dettava la superiorità dello Stato sulla persona – ha voluto abdicare a tutta la sua tradizione e sapienza spirituale (in senso ampio e non strettamente religioso) condensandosi poi nei noti sistemi anti-umani dei totalitarismi del XX secolo.
Ritenere, soprattutto tramite la sacralità di una sentenza, che la vita un qualunque Charlie Gard non sia degna di essere vissuta e che perciò debba essere interrotta prima del tempo e del naturale decorso della malattia, significa sposare, pur inconsapevolmente, la mentalità di fondo dei più oscuri abissi che l’Europa ha già attraversato.
L’idea che un paziente che non possa essere guarito dagli attuali strumenti tecnici debba essere soppresso dimostra non soltanto tutta la retorica e la falsa modestia di chi in genere si fa paladino dell’eutanasia come esercizio della volontà personale e della libertà individuale, ma anche e soprattutto che si accettano quelle premesse culturali che hanno già condotto la civiltà occidentale all’autodistruzione.
Il diritto di vivere di Charlie Gard, e di tutti quelli che dopo di lui certamente seguiranno, infatti, non deriva né dalla capacità del medico di risolvere totalmente o parzialmente il problema patologico, né dal giudizio che qualunque giudice adito dovesse avere in merito, né dalla volontà dei genitori (che per di più in questo caso vogliono far sopravvivere il proprio figlio), né da un insieme di questi o perfino altri fattori.
Il diritto alla vita di Charlie Gard è legato soltanto al riconoscimento della sua umanità, cioè della sua natura, che non è diminuita in virtù del suo stato patologico e che nessuna sentenza può autorizzare ad ignorare.
Qualora si compisse questo passo fatale, tale non solo per il piccolo Charlie, ma anche e soprattutto per la civiltà del diritto nel suo complesso, il varco che non si deve oltrepassare sarebbe valicato, il limite che non si deve superare sarebbe sorpassato, il sigillo del “vaso di Pandora” sarebbe rimosso: disconoscere l’umanità del malato, significa, infatti, disconoscere l’umanità in quanto tale, cioè nel suo momento di massima vulnerabilità e fragilità empirica ed esistenziale, significa annullare arbitrariamente la rilevanza morale dell’essere persona, cioè porre le basi per una nuova shoah, in quanto, come ha notato Abraham Heschel, «l’annullamento morale conduce allo sterminio fisico».
Siamo consapevoli di questo rischio concreto? Siamo in grado di reggerne ancora il peso e la responsabilità? Siamo disposti a subire tutto l’orrore che si è già visto nel passato e per di più per opera di una sentenza?
L’indifferenza generale, oggi come allora, è all’un tempo la migliore e, ovviamente, la peggiore risposta ai suddetti interrogativi.
Apr 14, 2017
Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 14 aprile 2017 su Tempi.
È una emergenza, ma pare che non interessi a nessuno. Ve ne sono evidenti sintomi esterni. Dalla quantità – cresciuta – di incidenti stradali gravi dalla causale inspiegabile: un giovane si schianta con la moto contro un albero, senza che la strada sia dissestata o ci sia un temporale in corso; un altro si cappotta con la propria auto andando dritto dove c’era una curva, pure senza un ostacolo che lo abbia determinato. Alla quantità di liti o di rapine che degenerano in eventi omicidiari: se l’intento del singolo atto criminoso fosse stato uccidere, il responsabile avrebbe provveduto subito con lo strumento più efficace, e invece è partita una discussione, e poi non ci si riesce a fermare. Quei freni che non vengono azionati sulla vettura non funzionano neanche per limitarsi a dare un cazzotto, o a puntare una pistola senza premere il grilletto. La moltiplicazione di fatti come questi si affianca alla moltiplicazione della diffusione di droga, segnalata dalle relazioni ufficiali, e alla contrazione dell’attività di prevenzione e di contrasto, pure deducibile da dati obiettivi, a disposizione di tutti: basta visitare il sito del Dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio.
La canna circola senza problemi nelle scuole. Le ricadute in termini di affievolita padronanza di sé stessi, di rendimento scolastico scadente, di aumento di patologie che si ricollegano ai danni da cannabinoidi, sono registrate in modo obiettivo. Al pari del crollo degli ingressi nelle comunità di recupero. Tutto ciò non è frutto del caso, ma è in larga parte ascrivibile a un decreto-legge la cui conversione fu imposta al Parlamento con voto di fiducia dal governo Renzi tre anni fa. Quelle disposizioni:
a) hanno ripristinato l’antiscientifica distinzione fra droghe cosiddette pesanti e droghe cosiddette leggere, con sanzioni molto più lievi per il traffico e lo spaccio di queste ultime;
b) hanno reintrodotto la possibilità di detenere stupefacenti senza limiti individuabili con precisione, se la sostanza è «per uso personale», con la prova dell’uso «non personale» posta a carico di chi fa le indagini;
c) hanno reso di fatto impossibile arrestare nella flagranza dello spaccio, se quest’ultimo appare «di lieve entità», essendo stata abolita l’obbligatorietà dell’arresto medesimo.
Una parte della giurisprudenza ci mette del suo: rende superflua la legalizzazione, perché la sancisce già in concreto: quando nelle ordinanze e nelle sentenze l’«uso personale» viene sommato fra più soggetti, perfino lo spaccio di centinaia di dosi attenua la sua gravità, e il “consumo di gruppo” diventa l’aberrante qualifica di tale sommatoria. La droga è tanta – questa è la logica –, ma poiché sarà parcellizzata fra più individui, fa meno male e merita la diminuente dell’«uso personale». È stato per questo che uno dei due presunti responsabili della morte di Emanuele Morganti, ad Alatri, arrestato il giorno precedente l’omicidio perché trovato in possesso di centinaia di dosi di droga, è stato rimesso in libertà dopo poche ore perché il giudice aveva ritenuto lo stupefacente finalizzato al «consumo di gruppo».
È passato il messaggio che ci sono droghe che non producono danni, altrimenti perché le si chiama “leggere”? Logica conseguenza è sanzionarne lo spaccio in modo simbolico. Se peraltro quest’ultimo è realizzato con furbizia, è attività simile a quella del venditore di sigarette di contrabbando di 30 anni fa; una volta permesso solo l’arresto facoltativo in flagranza, quale agente di polizia rischia il rimbrotto del pm di turno per aver condotto lo spacciatore in camera di sicurezza? A questo disastro si aggiunge l’effetto in senso lato culturale della proposta di legalizzare lo spaccio delle droghe “leggere” incardinata in questo momento alla Camera: l’assioma che non procurano danno trova conferma, altrimenti perché le si “legalizza”? Chi affronta un percorso di recupero, se ci si può “fare” e spacciare impunemente?
Non è solo questione di legge cambiata: vi è un grande problema di educazione familiare e di formazione a scuola. Ma chi ha un briciolo di onestà intellettuale, di fronte a quanto accade, non può negare che oggi lo sballo incontra meno ostacoli. Invece di ripensare il decreto legge criminogeno del 2014 e di lanciare una grande campagna di informazione e di prevenzione fra i più giovani, proseguiamo il percorso di morte con una bella legalizzazione?