Illustre Saviano, in che modo la cannabis legale avrebbe salvato Giò?

Illustre Saviano, in che modo la cannabis legale avrebbe salvato Giò?

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 25 febbraio 2017 su Tempi.

Immaginiamo che il 13 febbraio 2017 la legalizzazione delle droghe fosse già stata approvata dal Parlamento. Che cosa sarebbe cambiato? Roberto Saviano, che della “canna per tutti” ha fatto da tempo il suo cavallo di battaglia, ne è strasicuro: Giò, 16 anni, non avrebbe ricevuto nella sua casa a Lavagna la visita della Guardia di Finanza, e sarebbe ancora vivo. Che aspettiamo allora? Cogliamo l’occasione di questa tragedia – come l’autore di Gomorra non ha mancato di fare – per sollecitare Camera e Senato a varare il testo di legge quam primum, e smettiamola di tormentare adolescenti spensierati. È proprio così?

Abbiamo ascoltato le parole pronunciate dalla mamma di Giò al funerale del figlio. Descrivono l’angoscia di una donna che trascorrerà il resto dell’esistenza chiedendosi come sarebbe andata se non avesse chiesto quel tipo di aiuto. Raccontano di settimane e di giorni terribili di fronte a un ragazzo con grandi talenti, che però aveva sbandato e non era più lui, a casa e a scuola: alla faccia di chi predica la “leggerezza” della cannabis. Fanno pensare alla disperazione di una donna – lei, e tante altre madri che vivono oggi lo stesso tormento – che si sente impotente, e però non accetta di assistere senza far nulla all’autodistruzione del figlio. Illustre Saviano, la legalizzazione avrebbe impedito tutto questo? Avrebbe evitato che Giò entrasse in possesso con estrema facilità di quantità neanche tanto limitate di droga, e iniziasse a distruggersi? Avrebbe aiutato la madre a parlare col ragazzo?

I danni della riforma di Renzi
Trovare droga alla luce del sole e senza alcun ostacolo è già oggi semplice e senza rischio: grazie allo sballo propagandato da cantanti e celebrità, al web che fornisce semi e strumenti per canne fai-da-te munite delle più elevate percentuali di principio attivo, e al decreto del governo Renzi. Imposto con voto di fiducia nella primavera di tre anni fa, esso ha ripristinato l’antiscientifica distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”, ha reintrodotto la non punibilità della detenzione se finalizzata “per uso personale” (il che nel caso specifico impediva a Giò qualsiasi seguito giudiziario), ha reso impossibile l’arresto in flagranza dello spacciatore.

È necessaria una modifica legislativa, ma nella direzione di tornare alla legge del 2006, squilibrata dalla riforma Renzi: i risultati di quelle norme, che Saviano manipola e capovolge, ma che sono riportati nel modo più chiaro e oggettivo nelle relazioni annuali del dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio, sono stati più che positivi: riduzione della quantità complessiva di stupefacenti consumati, e prima ancora spacciati, contrazione degli ingressi in carcere e aumento di quelli in comunità, fuoriuscita dal carcere di chi intendeva affrontare un percorso di recupero. Nessuna persona seria è poi in grado di assicurare che se la legge del 2006 fosse stata ancora in vigore nella sua interezza la tragedia di Lavagna non si sarebbe consumata; ma è proprio questa la differenza con Saviano: lui al contrario è certo che la legalizzazione risolve tutto.

Una legge che non ferma la mafia
E sbaglia. La stessa proposta Giachetti, pendente alla Camera, conferma che ogni legalizzazione ha dei limiti: di età dell’acquirente, di quantità della sostanza che si può detenere e, a certe condizioni, cedere, di percentuale di principio attivo. Neanche il legalizzatore più convinto sostiene che un fanciullo possa recarsi a piacimento al tabaccaio per farsi impacchettare un chilo di hashish col 50 per cento di Thc. Giò aveva 16 anni: la sua vicenda non sarebbe stata sfiorata dalla proposta di legge in discussione, qualora approvata, e la Guardia di Finanza avrebbe potuto egualmente fare ingresso a casa sua per verificare se lo stupefacente fosse stato ceduto a un minore. Se la legalizzazione passasse, alle mafie sarà sufficiente operare oltre i limiti fissati: quanto all’età, puntando in modo ancora più deciso sui teenager (e già oggi si segnalano episodi di spaccio davanti alle scuole medie inferiori), e quanto alla quantità e alla qualità, offrendo merce in grammi e in capacità stimolatorie al di là delle soglie stabilite. Mentre l’aumento della disponibilità ad assumere cannabis derivante dalla legalizzazione favorirà ancora di più l’operatività criminale oltre soglia, come insegna l’esperienza degli stati che hanno già leggi simili.

Parliamo di droga, come purtroppo non avviene, perché il fenomeno è tanto diffuso e dannoso quanto ignorato. Ma dati alla mano e aderendo il più possibile alla realtà. Staccandoci dalla canna dell’ideologia: anch’essa gravemente nociva.

San Camillo. Si assumono solo medici non obiettori. Don Arice (Cei): snaturata la 194

San Camillo. Si assumono solo medici non obiettori. Don Arice (Cei): snaturata la 194

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato il 22 febbraio 2017 su Avvenire.

La decisione di assumere, attraverso concorso, al San Camillo di Roma due medici dedicati all’interruzione di gravidanza, impedendo loro dunque l’obiezione di coscienza, “snatura l’impianto della legge 194 che non aveva l’obiettivo di indurre all’aborto ma di prevenirlo. Predisporre medici appositamente a questo ruolo è una indicazioni chiara”; lo ha detto all’Ansa don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, che sottolinea come in questo modo “non si rispetti un diritto di natura costituzionale qual è l’obiezione di coscienza”.

È questa la prima reazione alla notizia, diffusa questa mattina da Repubblica, che l’ospedale San Camillo di Roma ha completato il concorso pubblico per due nuovi medici non obiettori, assunti a tempo indeterminato, assegnati al Day Hospital e Day Surgery oer l’applicazione della legge 194.

“Il ministero della Salute – aggiunge don Arice – ha fatto recentemente un’indagine appurando che il numero di medici non obiettori risulta sufficiente per coprire ampiamente la domanda” di interruzioni volontarie di gravidanza. “Tutto questo – commenta il direttore dell’ufficio della Pastorale sanitaria della Cei – fa molto dubitare sulla bontà del provvedimento del San Camillo di Roma”. E il fatto che questa decisione possa essere un’apripista per altre strutture sanitarie “è un timore – sottolinea don Arice -. Ma io spero che i medici dicano con coscienza e con autorevolezza la loro opinione, perché sono loro i primi ad esser colpiti da questa decisione”.

La Regione Lazio però difende la sua scelta. “Dobbiamo affrontare il grande tema dell’attuazione vera della 194 nei modi tradizionali anche sperimentando forme innovative di tutela di una legge dello Stato che altrimenti verrebbe disattesa. Quindi è una una sperimentazione, siamo i primi in Italia”, ha detto il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, riferendosi alla notizia, apparsa oggi su Repubblica, dell’assunzione di due ginecologi per il San Camillo di Roma con un concorso finalizzato proprio al servizio di interruzione volontaria di gravidanza, il che rende estremamente difficile l’obiezione di coscienza.

Con la formula sperimentata dalla Regione Lazio invece chi, assunto con questa modalità, opponesse l’obiezione di coscienza di fronte a un aborto potrebbe rischiare il licenziamento o la mobilità regionale.

Obiezione di coscienza e aborto: ecco i numeri

I due medici prenderanno servizio entro il primo marzo e nei primi sei mesi di servizio non potranno optare per l’obiezione di coscienza. E se l’obiezione venisse fatta valere dopo i sei mesi? Il direttore generale del San Camillo, Fabrizio d’Alba, spiega senza troppi giri di parole che “il medico deve valutare che l’azienda potrebbe essere nella possibilità, stante la finalizzazione del bando, di optare anche per la messa in mobilità o in esubero”. Il diritto all’obiezione, previsto dalla legge 194, non può essere fatto liberamente valere.

Le reazioni

Molte le reazioni alla notizia del concorso per soli medici abortisti. Da una parte coloro che sostengono sia la strada da imboccare, dall’altra quelli che invocano il pieno rispetto del diritto all’obiezione di coscienza. Da Bruxelles il ministro della Salute Beatrice Lorenzin esprime riserve sulla correttezza del concorso: “Quando fai assunzioni o concorsi non mi risulta ci siano parametri che vengano richiesti. L’obiezione di coscienza nel nostro Paese è rispettata”.

Una “discriminazione” che appare “come una spinta inaccettabile ad appannare le coscienze” attraverso clausole contrattuali penalizzanti e studiando bandi per selezioni mirate secondo Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani. I medici cattolici “di fronte a queste cosiddette assunzioni fidelizzate dirette a determinare le interruzioni di gravidanza, condannano tali atteggiamenti discriminatori nel reclutamento del personale, giudicandoli punitivi per la folta schiera dei medici in attesa di sistemazione lavorativa”.

Il presidente del Movimento per la vita e deputato del Gruppo parlamentare Democrazia solidale – Centro democratico, Gian Luigi Gigli, «è un insulto alla libertà di coscienza del medico, oltre che un approccio illiberale e anticostituzionale al problema della L. 194″, la quale “chiede semmai – sottolinea Gigli – di essere applicata nella parte riguardante la prevenzione dell’aborto che la Regione Lazio, più di altre, disattende completamente, non proponendo alle donne altra alternativa”.

Un concorso che lede in maniera molto grave il “diritto costituzionale alla libertà di coscienza e con le norme a tutela dell’azione” contenute nella legge 194/1978. È quanto osserva il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari ed avvocati, presieduto dal professor Mauro Ronco. Il Centro chiede «un immediato intervento del Governo nazionale”.

Un concorso “di dubbia legittimità”, poiché esclude coloro che sono obiettori: è il parere del presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli, in un’intervista a Tv2000. “L’obiezione di coscienza – ha detto – è un diritto fondamentale riconosciuto alla persona e non può essere un requisito la rinuncia a questo diritto per partecipare a concorsi pubblici”.

Messa alla prova e tutela delle parti offese

Messa alla prova e tutela delle parti offese

Con l’introduzione nel codice penale dell’art.168 bis, inserito dall’art.3 comma 1, della legge 28 aprile 2014 n. 67, si è data la possibilità in relazione ai procedimenti per reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, di chiedere la sospensione del processo con la messa in prova, che prevede un positivo svolgimento di un programma di volontariato di rilievo sociale, in affidamento al servizio sociale. (altro…)

Grave violazione del diritto costituzionale all’obiezione di coscienza e alla legge 194/1978

Grave violazione del diritto costituzionale all’obiezione di coscienza e alla legge 194/1978

Il concorso bandito dalla Regione Lazio,  finalizzato esclusivamente al servizio di interruzione volontaria della gravidanza, i cui vincitori “verranno assegnati al settore del Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della legge 194” si pone in contrasto diretto col diritto costituzionale alla libertà di coscienza e con le norme a tutela dell’azione contenute nella stessa legge n. 194/1978. E’ quanto osserva il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari ed avvocati, presieduto dal prof. Mauro Ronco. (altro…)

Verso la fine della libera professione?

Verso la fine della libera professione?

Crolla un altro bastione sulla strada della disintermediazione, quello dell’autonomia degli avvocati? Sembrerebbe proprio di sì, stando alla raccolta firme, significativamente organizzata dalla Cgil, per l’abolizione dell’incompatibilità tra lavoro dipendente o parasubordinato e la professione di avvocato, secondo quanto riporta, nel suo inserto economico di lunedì 20 febbraio 2017, il “Corriere della Sera”. (altro…)