Criticità della L. n. 115/2016 entrata in vigore il 13 luglio 2016, che dà rilevanza penale, nell’ordinamento italiano, al negazionismo.

Criticità della L. n. 115/2016 entrata in vigore il 13 luglio 2016, che dà rilevanza penale, nell’ordinamento italiano, al negazionismo.

Articolo di Carmelo Domenico Leotta, apparso il 29 giugno 2016.

Negare la Shoah, un crimine di genocidio, un crimine contro l’umanità o un crimine di guerra, come sono definiti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, è circostanza aggravante dei delitti di propaganda razzista e di istigazione o incitamento alla commissione di atti razzisti, puniti dalla l. 13 ottobre 1975, n. 654…[per la lettura integrale del commento, si rinvia al sito della rivista il Quotidiano giuridico, che si ringrazia per la gentile concessione.]

Anche se non ti interessi del terrorismo, lui si interesserà di te

Anche se non ti interessi del terrorismo, lui si interesserà di te

Articolo di Alfredo Mantovano apparso su Tempi il 5 luglio 2016.

Parafrasando quello che Gramsci sosteneva a proposito della politica, è giusto dire che anche se tu non ti interessi del terrorismo, il terrorismo si interessa di te. Puoi fruire dell’ottimo lavoro che sul territorio nazionale svolgono i servizi e le forze di polizia, avendo a disposizione leggi all’avanguardia. Se però tanti tuoi connazionali lavorano all’estero in zone diventate difficili e non sei in grado di tutelarli in modo adeguato; se ritieni che non partecipare a missioni militari in scenari di crisi oltre peace keeping sia apprezzato dai tagliagole ultrafondamentalisti, al punto da indurli a risparmiarti; se sei convinto che il profilo basso paghi, non sei legittimato a meravigliarti quando esplode la tragedia. Né ti è lecito affermare che è stato uno sbaglio, che ce l’avevano in generale con gli occidentali e non con gli italiani, e che è meglio continuare a sperare che non tocchi più a noi. Pensare in questo modo espone ancora di più: nella logica del terrorista è fantastico colpire nella certezza che non ci sarà reazione. Nell’imminenza della strage il presidente del Consiglio e il capo dello Stato hanno adoperato toni duri, coerenti con la gravità di quanto accaduto. Devono seguire i fatti. Senza illusioni.

Si è troppo enfatizzata la circostanza – vera – che lo Stato islamico ha perduto negli ultimi mesi aree importanti del territorio che controllava. Forse taluno ha creduto che a ciò seguisse una riduzione degli attentati. La realtà ha dimostrato il contrario: più città e villaggi vengono sottratti all’Is, più l’Is cura il proprio franchising di morte per rendere chiaro di essere vivo e vitale. Questo non vuol dire che non deve proseguire lo sforzo per sradicarlo dai luoghi nei quali è ancora insediato: magari procedendo con un raccordo operativo serio. Smettendo di combattere ciascuno la propria guerra nazionale contro i presunti alleati e iniziando a combattere la guerra di tutti contro l’Is. L’Italia pensa di continuare a starne fuori? È così convinta che una sua partecipazione non legittimerebbe un proprio ruolo verso una maggiore efficacia delle operazioni? Grazie al lavoro che svolgono da anni in Libano, in Iraq e nell’intera area mediorientale, militari e diplomatici italiani avrebbero titolo per recitare una parte originale e positiva: soprattutto in un momento di incertezza determinato dalle imminenti elezioni negli Stati Uniti. Non è il caso di accelerare gli sforzi contro l’Is prima che un successo di Trump accentui il tratto isolazionista seguito finora (con non poche incoerenze) da Obama? Ovvero prima che un successo di Hillary Clinton accentui lo squilibrio della singolare e non dichiarata alleanza fra nemici, per esempio riprendendo a considerare Assad il pericolo numero 1?

Loro dicono, noi non ascoltiamo?
Con una preoccupazione cresciuta dopo Dacca. Tutti sanno che l’Is annuncia le proprie iniziative, indica obiettivi che poi persegue. Lo fa non in modo criptico: nel numero di aprile di Dabiq, la rivista ufficiale dell’Is, dopo che da novembre ogni mese aveva dedicato una sezione ai successi militari in Bangladesh, vi erano segnali inequivoci su quanto sarebbe accaduto nella capitale. Era uscita un’intervista a un soggetto presentato come il nuovo emiro locale. Sempre Dabiq nell’ultimo numero esprime elogi verso un altro combattente bengalese, conosciuto come Abu Jundal al-Banghali. Era accaduto qualcosa di simile a ottobre con un’intervista a colui che dopo qualche giorno avrebbe organizzato le stragi di Parigi. La dicono e non ce ne curiamo? Proprio perché la dicono, vanno seguiti con attenzione rafforzata e mirata ai luoghi, soprattutto in Asia – fra Indonesia, Singapore, Malesia e Filippine – nei quali ci sono italiani che lavorano.
Il tutto senza trascurare quello che non è un dettaglio. Abbiamo un sistema di sicurezza fra i migliori al mondo: non reggerà per molto ridotto all’osso, come è da più leggi di stabilità. I sacrifici, le competenze e il senso del dovere non arrivano a dotare di quei mezzi oggi indispensabili, e non sempre e non in modo diffuso disponibili. La sicurezza non è un lusso. Cade sotto la voce della stretta sopravvivenza.

Mafia, inchini e confraternite. Storia di collusioni ‘eretiche’

Mafia, inchini e confraternite. Storia di collusioni ‘eretiche’

Articolo di Alfredo Inguanti pubblicato il 4 luglio 2016 su BlogSicilia.

E’ stato celebrato a Chiusa Sclafani il terzo cammino delle Confraternite dell’Arcidiocesi di Monreale. Al convegno ha preso parte l’On. Alfredo Mantovano, magistrato e Vicepresidente del Centro Studi “Rosario Livatino”. Erano presenti l’Arcivescovo mons. Michele Pennisi e il dott. Francesco Antonetti, presidente della Confederazione delle Confraternite d’Italia.

Abbiamo chiesto all’on. Mantovano un giudizio sul rapporto tra Confraternite e contiguità mafiosa.

Perché appena si parla di Confraternite si parla subito di legalità?

Perché ci sono stati degli episodi alcuni probabilmente enfatizzati, altri reali, di collateralismi, di collusioni tra ambienti mafiosi, singoli personaggi delle cosche e la realtà delle Confraternite. Questi episodi hanno determinato, purtroppo, un discredito sull’insieme della realtà delle Confraternite. Noi sappiamo che la criminalità mafiosa, soprattutto nelle terre di più tradizionale radicamento, utilizza tutti gli strumenti possibili per mandare il suo messaggio: quello di essere in qualche misura espressione di quel territorio. Questo messaggio è più efficace se riesce a strumentalizzare la fede cattolica, ancora così presente in Sicilia e nel Sud dell’Italia.

Qual è il ruolo delle Confraternite?

Le Confraternite da questo punto di vista hanno un ruolo strategico, cruciale perché sono le prime antenne in grado di captare qualcosa di anomalo; per esempio nella raccolta dei fondi finalizzati alla gestione delle feste patronali, o nella organizzazione delle processioni, o se dei soggetti pretendono di portare le statue dei santi durante le processioni, non avendo alcun titolo per farlo. Tutto ciò può portare vantaggio strettamente materiale a chi comunque sopporta delle spese, come nel caso delle confraternite, ma al tempo stesso è un enorme vantaggio di immagine per i mafiosi. Questa è la partita che oggi si sta svolgendo e grazie anche a tanti Pastori coraggiosi – in Sicilia e non solo – c’è una inversione di tendenza molto sensibile.

Basta rispettare le regole o bisogna fare dell’altro?

C’è evidentemente di più: se la mettiamo su un piano della stretta legalità la partita è difficilissima, quasi impossibile. Se invece si è convinti che il rispetto per le leggi dello Stato che tutelano l’ordine sociale costituisce il riflesso di quei dati essenziali che per le Confraternite sono la fedeltà al Vangelo, la fedeltà la Chiesa e lo spirito missionario, se accade tutto questo, diventa tutto molto più facile. Poi è chiaro che ci vogliono delle regole – anche di prudenza – : conviene che siano poste e magari siano concordate, come avviene solitamente, tra autorità ecclesiale ed autorità civile.

C’è un legame in genere tra criminalità e confraternite o è un fenomeno più legato alla mafia alla realtà siciliana?

Il tentativo da parte di organizzazioni criminali di utilizzare i simboli religiosi e le processioni, come accaduto di recente anche in Calabria o in Campania, con atti di omaggio più o meno visibili nei confronti di camorristi c’è stato. Ciò che è importante è che dopo che questi fenomeni sono accaduti c’è stata subito dopo una presa di distanza da parte dei Vescovi. E tutto ciò ha provocato l’adozione di contromisure che adesso sono praticate ogni volta. Per cui rispetto solo a quattro o cinque anni fa oggi c’è una maggiore consapevolezza e un insieme di cautele certamente più stringenti.

Perché quando si parla di Confraternite si citano questi fatti e non si parla invece della lodevole attività che svolgono in altri campi, per esempio nel sociale.

Perché per la stampa purtroppo la notizia è soltanto “la cattiva notizia”. Se si cominciasse a dare risalto anche a qualche notizia positiva si potrebbe avviare almeno un certo riequilibrio. La realtà nazionale delle Confraternite in tal senso è un ottimo settore da cui ricevere buone notizie.