“Manipolazione mentale”: perché introdurre un nuovo reato è un errore

“Manipolazione mentale”: perché introdurre un nuovo reato è un errore

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo del direttore del CESNUR (Centro Studi Nuove Religioni), Massimo Introvigne.

Un disegno di legge mira a introdurre nel Codice Penale un nuovo articolo 613-quarter così formulato: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, nell’ambito di un gruppo che promuove o pratica attività finalizzate a creare o a sfruttare una condizione di dipendenza psicologica o fisica dei partecipanti, induce taluno in un perdurante stato di soggezione tale da escludere, o da limitare in modo rilevante, la libertà di autodeterminazione o la capacità di discernimento, è punito con la reclusione da tre a otto anni. Se il fatto è commesso in danno di persona minore di anni diciotto, la pena non può essere inferiore a sei anni di reclusione”.

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Riflessioni sulla cittadinanza

Riflessioni sulla cittadinanza

Nel dibattito contemporaneo sull’acquisizione della cittadinanza, lo ius sanguinis – ovvero il principio secondo cui è cittadino chi nasce da cittadini – viene spesso trattato come un retaggio antiquato da superare in nome dell’integrazione e dell’inclusività. Si contrappongono a esso lo ius soli, che riconosce la cittadinanza per nascita sul territorio nazionale, e lo ius scholae, che la concede a chi ha frequentato per un certo periodo le scuole italiane. Ma siamo davvero certi che estendere la cittadinanza in modo automatico, quasi meccanico, sia un atto di giustizia? O non rischiamo piuttosto di svilirne il significato profondo?

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