Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha celebrato ieri nel Cortile d’Onore della Corte di Cassazione la S. Messa in occasione del 32° anniversario della morte di Rosario Livatino, alla presenza del Primo Presidente Pietro Curzio, della Presidente Vicaria Margherita Cassano e di autorità del mondo giudiziario, accademico e dell’Avvocatura, su iniziativa del nostro Centro studi. A seguire il testo dell’Omelia pronunciata nell’occasione.
Di Alfredo Mantovano, da Interris 21 settembre 2022.
Il 21 settembre 1990 Rosario Angelo Livatino veniva ucciso mentre, a bordo della sua utilitaria, dalla propria abitazione, a Canicattì, si recava al lavoro al Tribunale di Agrigento. Dopo qualche giorno, il 3 ottobre, avrebbe compiuto 38 anni. Proclamandolo beato, il 9 maggio 2021, la Chiesa ha reso un dono grande ai fedeli, e in particolare alla comunità dei giuristi, perché – facendo emergere per intero la sua figura – esorta tutti coloro che hanno a che fare col diritto, soprattutto i magistrati, a non considerare un problema avere una fede viva e radicata.
Scopo della mostra è rendere noto al grande pubblico la splendida figura di Rosario Livatino, magistrato siciliano che ha operato per tutta la sua carriera nell’agrigentino. Ucciso dalla mafia nel 1990 e beatificato il 9 maggio 2021. La mostra sul beato Rosario Livatino prevede un percorso diviso in cinque stanze con testi, video, immagini ed un audio rievocativo.
Ieri, 27 settembre, nel Palazzo di Giustizia di Avellino si è svolta la cerimonia di intitolazione dell’Aula Magna al beato Rosario Angelo Livatino. L’iniziativa, proposta dal Procuratore della Repubblica Domenico Airoma e approvata dal Presidente del Tribunale, Vincenzo Beatrice, ha visto la partecipazione di avvocati, magistrati, personale amministrativo e polizia giudiziaria. E’ intervenuto il Vescovo di Avellino, mons. Arturo Aiello, che ha tenuto una breve riflessione sulla figura del beato.
Il card. Bassetti nell’Omelia della Messa per Livatino nella Corte di Cassazione
Nella mattinata di oggi il card Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha celebrato la S. Messa per il beato Livatino nell’atrio della Corte di Cassazione, alla presenza del Primo Presidente Pietro Curzio, e di magistrati e operatori del diritto. Nell’occasione il Centro studi Livatino ha consegnato, ed è stata collocata nella cappella del Palazzo, un’immagine di Rosario, donata dalla diocesi di Agrigento allo stesso Centro Studi.
Nel corso dell’omelia, che si allega nella sua versione integrale, il card. Bassetti, riprendendo un brano della prima lettura – “Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa (cioè, il tempio di Gerusalemme) è ancora in rovina?” (Ag 1,4) -, ha così osservato: “È venuto il tempo della ricostruzione, dice il profeta, e questo non ammette ritardi, non ci si deve scoraggiare, non ci si può occupare solo delle proprie abitazioni, ma del bene comune. Bisogna risvegliare energie, le forze migliori che si possono mettere in campo per ripartire”. Ha aggiunto che “se è facile lasciarsi prendere dallo sconforto, a causa di ritardi e di molteplici difficoltà, la ricostruzione è possibile, diceva il profeta. È per questo, per una giustizia vera che ha lottato Livatino, fino a dare la sua vita come martire. È per questo che ha combattuto con tutte le sue forze, e con la costanza dell’impegno quotidiano, contro le ingiustizie, come quelle di cui si parla nei vangeli”.
Omelia 23 settembre 2021 di S.Em il card Gualtiero Bassetti- Beato Rosario Livatino
È una gioia e un onore per me essere oggi con voi, e presiedere l’Eucarestia ricordando Rosario Angelo Livatino, magistrato e martire.
Vorrei anzitutto lasciarmi guidare – come è doveroso e giusto – dalla liturgia della Chiesa, che ricorda in questo giorno la memoria di un altro sabato, San Pio da Pietralcina: la stessa Liturgia, poi, ci ha proposto per questo giorno l’ascolto di due importanti pagine della Scrittura, sulle quali vorrei brevemente soffermarmi.
Forse non è casuale che l’occasione per ricordare Rosario Livatino coincida con la memoria di Padre Pio: tutti e due sono stati protagonisti della vita religiosa e civile del loro tempo; tutti e due uomini del Sud del nostro Paese, che hanno mostrato i segni di quella grande potenzialità e vitalità che ha il Mezzogiorno d’Italia. Uno però, Padre Pio, religioso francescano, e l’altro, Livatino, laico: il primo, morto “sazio di giorni”, all’età di 81 anni, mentre Livatino è stato ucciso ed è morto prematuramente, all’età di solo 38 anni, vittima di un agguato mafioso. Mentre Padre Pio si occupava, nel foro interno della confessione, dell’anima e della vita dei fedeli, Livatino, nel foro del Tribunale, si prendeva cura di coloro che chiedevano giustizia allo Stato.
Tutti e due hanno contribuito, Padre Pio e Rosario Livatino, a costruire – con la preghiera, con la loro fede, con il loro impegno e con la vita donata – il regno di Dio, e insieme ad esso una società migliore.
È di questo che tratta la prima lettura che è stata proclamata, dal libro del profeta Aggeo. Composto in un momento delicato della storia d’Israele, quello cioè della ricostruzione di uno stato e di una città, Gerusalemme, dopo il ritorno dall’esilio babilonese, descrive nel brano di oggi quei ritardi e quelle incertezze che Dio rimprovera al suo popolo. Il profeta arriva a dire: “Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa (cioè, il tempio di Gerusalemme) è ancora in rovina?” (Ag 1,4). È venuto il tempo della ricostruzione, dice il profeta, e questo non ammette ritardi, non ci si deve scoraggiare, non ci si può occupare solo delle proprie abitazioni, ma del bene comune. Bisogna risvegliare energie, le forze migliori che si possono mettere in campo per ripartire.
Carissimi, è quasi inutile sottolineare quanto testa profezia così antica intercetti la nostra storia e le competenze di coloro di voi impegnati nell’ambito della giustizia. Se è facile lasciarsi prendere dallo sconforto, a causa di ritardi e di molteplici difficoltà, la ricostruzione è possibile, diceva il profeta. È per questo, per una giustizia vera che ha lottato Livatino, fino a dare la sua vita come martire. È per questo che ha combattuto con tutte le sue forze, e con la costanza dell’impegno quotidiano, contro le ingiustizie, come quelle di cui si parla nei vangeli. Erode Antipa – abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo secondo Luca – quasi si vantava di aver “fatto decapitare” un innocente, Giovanni Battista (Lc 9,9)!
La voce del profeta Giovanni sembrava essere interrotta per sempre, e così sembrava che l’ingiustizia prevalesse. Ma sappiamo che più forte delle ingiustizie è il bene, e che il male può essere sconfitto. Quello che Giovanni annunciava, cioè la conversione e una vita vissuta nella giustizia, non andrà perduto, e Gesù ripartirà proprio da lì, dalle parole del Battista, chiedendo di cambiare mentalità per accogliere Dio e la sua misericordia: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17).
Nella preghiera “Colletta” della memoria del martire Livatino – memoria liturgica che, come sapete, si celebrerà per la prima volta il prossimo 29 ottobre (giorno anniversario della sua Cresima) – si legge un’invocazione molto suggestiva: “O Dio, che hai fatto risplendere tra noi la testimonianza di fede del beato Rosario Angelo, operatore di pace e di giustizia sino al martirio, concedi anche a noi, sul suo esempio, di porre sotto la tua tutela le nostre azioni, per avere in eredità il regno dei cieli”. E quanto chiedo anch’io, ora: per me; per voi impegnati nella tutela della giustizia; per tutti i governanti e per il nostro Paese. Preghiamo perché tutte le nostre azioni, ogni nostro gesto, siano sotto la “tutela” del Signore.
Livatino aveva già scritto sulla sua tesi di Laurea in giurisprudenza, nel 1975, quel motto che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: “Sub tutela Dei”. Sappiamo che senza l’aiuto di Dio e del suo Santo Spirito, non possiamo fare nulla. E voi sapete bene, per la vostra esperienza, come non sia facile prendere decisioni importanti che riguardano la vita degli altri (innocenti o colpevoli), e che si riflettono sull’armonia e la pacifica convivenza nel nostro Paese: il Signore accompagni il vostro importante compito nella società civile, che con dedizione e sacrificio portate avanti per il bene comune.
L’intercessione del beato Rosario Livatino vi accompagni sempre, e vi custodisca il Signore Gesù che – come ripetiamo nel Credo Niceno-costantinopolitano – “di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti”.
Oggi, 21 settembre 2021, è il 31° anniversario della morte di Rosario Livatino, che la Chiesa Cattolica ha proclamato beato il 9 maggio scorso, nella Cattedrale di Agrigento. La beatificazione ha dato e sta dando provvidenziale impulso a nuove ricerche sul lavoro da lui svolto come magistrato nei 12 anni di esercizio della funzione, prima come P.M. poi come Giudice: la Commissione parlamentare antimafia, in un lavoro svolto in collaborazione col nostro Centro Studi, ha appena pubblicato, in allegato alla relazione approvata in occasione della cerimonia di maggio, tutti i provvedimenti – sentenze e decreti di prevenzione – redatti da Livatino nell’ultimo anno di vita, quello trascorso da giudicante.
L’intervento di Domenico Airoma al convegno dell’Anm Beati i giusti. In ricordo di Rosario Livatino
Il 18 giugno si è svolto nell’Aula Magna della Corte di Cassazione il convegno, organizzato dall’Associazione Nazionale Magistrati, dal titolo Beati i giusti. In ricordo di Rosario Livatino. Dopo gli interventi del Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, che ha sottolineato come il giovane giudice siciliano debba essere considerato un esempio da seguire per tutti i magistrati, del Primo Presidente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio, del Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, e del Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Santalucia, il profilo di Rosario Livatino è stato descritto da Giuseppe Meliadò, Presidente della Corte di Appello di Roma, da Antonio Tricoli, Presidente del Tribunale di Sciacca, da Ottavio Sferlazza, già Procuratore della Repubblica di Palmi, e da Domenico Airoma, Procuratore della Repubblica di Avellino e vice presidente del Centro Studi Rosario Livatino, autore, insieme ad Alfredo Mantovano, Consigliere della Corte di Cassazione, e Mauro Ronco, professore emerito di diritto penale, del volume Un giudice come Dio comanda.
Il convegno, che ha visto anche gli interventi del postulatore diocesano della causa di beatificazione, don Giuseppe Livatino, e del teologo Vito Mancuso, che ha tenuto una meditazione sul tema Qualcosa di perfettamente diritto, è stato trasmesso in streaming sul sito dell’Anm. Di seguito, il testo di riferimento dell’intervento pronunciato da Domenico Airoma.
Illustri Autorità, Gentili colleghi, Signore e Signori,
desidero innanzitutto ringraziare l’Associazione Nazionale Magistrati per l’invito, anche a nome del Centro Studi Rosario Livatino.
Chiarisco, in esordio, che non ho conosciuto Rosario Livatino. Il mio incontro con il giovane giudice siciliano è stato alquanto “casuale” (ma cosa, davvero, è casuale nella vita degli uomini!); risale a più di venti anni fa oramai, quando, occupandomi del periodico dell’A.N.M. “La Magistratura”, pensai di ospitare dei contributi che descrivessero le figure dei magistrati caduti vittima del dovere e decisi di partire proprio da Rosario Livatino. Ricordo bene quel momento; mi sembra di avere ancora tra le mani il biglietto manoscritto che il papà di Rosario fece pervenire all’A.N.M., ringraziandoci per l’attenzione verso quel figlio sacrificatosi per la Giustizia.
Da quel momento è iniziata una lunga indagine, un’indagine tutta personale, sollecitata dal fatto che non vi erano scritti che lo riguardassero, neanche un’intervista rilasciata durante la sua pur non brevissima carriera e nonostante si fosse occupato di indagini anche importanti per la Sicilia di quel tempo. Insomma un unicum! Ma che cosa ne faceva un unicum nel panorama della magistratura italiana del tempo ( e forse, di ogni tempo)?
La prima fonte che ho interrogato sono stati i suoi provvedimenti, quelli che ho potuto consultare. Ciò che colpisce, ad un primo sguardo, è la chiarezza della scrittura, la densità degli argomenti, la ricchezza dei riferimenti giurisprudenziali; ma, soprattutto, l’assenza di approssimazione, indizio evidente –avrebbe detto un grande scrittore russo, anch’egli ucciso in odium fidei, Pavel Florenskij- di linearità di pensiero.
Poi ho provato a collocare quei provvedimenti nel loro contesto, di tempo e di luogo: un tempo in cui non vi erano gli strumenti normativi ed investigativi che sono venuti dopo, un luogo –fra Canicattì e Agrigento- dell’entroterra siculo, isola nell’isola, dove il mafioso era il tuo vicino di casa (e per Rosario, non è affatto una metafora!)
Il passaggio ulteriore è stato quello di capire cosa pensasse del ruolo del magistrato e della funzione del giudicare; e qui sono stato fortunato, perché ho avuto modo di leggere e di studiare due gioielli, le sue due uniche conferenze pubbliche: l’una, sul ruolo del giudice nella società che cambia, del 1984, e l’altra su fede e diritto, tenuta due anni dopo. E lì ho incominciato a capire qualcosa di più di quell’unicità: nel modo in cui considerava l’indipendenza del giudice, il rapporto con la persona da giudicare, il fondamento della credibilità del giudice. Belle parole, concetti profondi non banali; ma pur sempre parole.
Ed allora mi sono chiesto: quelle parole sono rimaste sulla carta o sono state incarnate? Ho iniziato, perciò, una sistematica raccolta di testimonianze, ascoltando (e talora, perseguitando!) molti dei colleghi che hanno lavorato con lui. C’è stata quella che, nel gergo a noi comune, potremmo definire convergenza del molteplice: tutti concordi nel tracciarne il medesimo profilo: magistrato di grande umanità ed umiltà, sempre disponibile, apprezzato dagli avvocati e dai collaboratori amministrativi, diviso tra il lavoro, la famiglia e la sua intensa vita di fede. Ma non diviso in sé stesso. Perché la sua è stata una vita nella quale l’uomo ed il giudice non hanno percorso strade diverse. Direi di più: l’uomo, il giudice ed il credente hanno respirato con gli stessi polmoni, animati dallo stesso cuore.
La mia indagine sembrava giunta ad un punto decisivo: avevo capito che Livatino più che fare bene il giudice, era stato un buon giudice. Stavo per archiviare l’affare; poi, però, è incominciato il processo di beatificazione. Ed allora mi sono chiesto: perché Livatino e non Falcone o Borsellino? Eppure tutti e tre avevano trovato nel rendere giustizia il senso della loro vita! La risposta, ancora una volta, era nella sua vita, prima ancora che nelle sue, pur inequivocabili, parole. Per Rosario la prospettiva del rendere giustizia superava la dimensione terrena; per lui rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Insomma è la risposta ad una chiamata. Questo è quello che si legge nella conferenza su fede e diritto; ma questo, soprattutto, è quello che si legge nelle pagine della sua agenda, che raccontano di un travaglio, di una spiritualità drammatica, di un uomo che cerca di incarnare la fede nel quotidiano.
Sbaglierebbe, infatti (ed io stesso ho commesso questo errore!) chi pensasse di trovare nella vita di Livatino fatti straordinari, dal momento che egli ha vissuto l’ordinario in modo straordinario; e questo perché era nell’ordinario che egli trovava il modo per rispondere a quella chiamata. Noi siamo abituati a considerare il martirio rimanendo attratti dall’esito finale, dall’effusione del sangue; dimenticandoci che prima c’è “fino”; ecco, il martirio civile e religioso di Rosario è in quell’avverbio, così breve ma così lungo, lungo quanto una vita intera.
Non ho risparmiato, in questo mio indagare, neppure il postulatore, don Giuseppe Livatino; a lui mi ricordo di aver chiesto quali miracoli avesse compiuto Rosario per meritarsi gli onori degli altari. Mi parlò dei suoi assassini, mi disse di come in qualcuno il ricordo di quel giovane giudice si fosse trasformato in un tormento di coscienza, tanto da fargli avviare un percorso di ravvedimento. Mi parlò di Pietro Nava, il testimone dell’agguato; colui al quale Livatino aveva cambiato la vita, e così cambiando forse la vita di tanti siciliani che vedevano finalmente qualcuno avere il coraggio di non piegarsi dinanzi alla tracotanza mafiosa. Mi invitò a continuare a scrivere e a parlare del sacrificio di quel magistrato, ucciso in odio alla fede, perché in lui avevano voluto uccidere il santocchio, un giudice che non si era lasciato piegare per non tradire un giuramento fatto dinanzi agli uomini, ma sub tutela Dei, al cospetto di Dio.
Finisce qui l’indagine? Nient’affatto. Continua e credo fino a che il buon Dio me ne darà la forza. Una volta, infatti, compreso l’unicum di Livatino, non si può non avvertire il bisogno di diffondere il modello Livatino. E che cosa in particolare? C’è un aspetto che rende questo modello davvero singolare ed attuale. Rosario Livatino si è interrogato sul fondamento ultimo dell’autorità del magistrato, che è, probabilmente, la vera questione morale della magistratura. Che sia credente o non credente, il giudice deve, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia, deve avvertire tutto il peso del potere affidato alle sue mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia. E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, senza atteggiamenti da superuomo.
Egli si è pure interrogato sul fondamento ultimo del decidere, dello scegliere cioè fra più alternative e strade e soluzioni. Un fondamento che risiede nel compito del magistrato di individuare la regola per il caso concreto, dando alla legge un’anima, non un’anima alla legge, cioè creandola dal nulla; e soprattutto, nella consapevolezza che per scegliere occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta.
In definitiva, l’unicum di Rosario Livatino sta in Rosario Livatino. Egli è la risposta; la risposta alla domanda che ci facciamo, in molti, in quest’aula e fuori; che si fanno quei tanti magistrati che stanno soffrendo per questo calvario; che soffrono perché amano questo mestiere, poiché lo ritengono molto più di un mestiere.
Ed è una risposta, permettetemi di dire, davvero provvidenziale. Sia se si è credenti, sia che non lo si è.
Omelia pronunciata il 9 maggio 2021 ad Agrigento da S.Em. il card. Marcello Semeraro, in occasione della cerimonia di beatificazione di Rosario Livatino.
Intervista ad Alfredo Mantovano, pubblicata il 10 maggio 2021 su L’Eurispes.it.
Rosario Livatino, ammazzato dalla Stidda il 21 settembre 1990 sulla SS 640 Caltanissetta-Agrigento, dichiarato beato il 9 maggio 2021. Definito “giudice santo”, oppure “giudice ragazzino”, Livatino era un giudice senza aggettivi, neanche quello di antimafia. Lavorando scrupolosamente sul suo territorio, aveva compreso i meccanismi della mafia e non solo.
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