Rosario Livatino beato!

Rosario Livatino beato!

“Oggi, ad Agrigento, è stato beatificato Rosario Angelo Livatino, martire della giustizia e della fede. Nel suo servizio alla collettività come giudice integerrimo, che non si è lasciato mai corrompere, si è sforzato di giudicare non per condannare ma per redimere. Il suo lavoro lo poneva sempre “sotto la tutela di Dio”; per questo è diventato testimone del Vangelo fino alla morte eroica. Il suo esempio sia per tutti, specialmente per i magistrati, stimolo ad essere leali difensori della legalità e della libertà.”

Papa Francesco dopo il Regina Caeli di domenica 9 maggio 2021

Al CSM il Card Bassetti su Livatino: ‘un gigante della verità’

Al CSM il Card Bassetti su Livatino: ‘un gigante della verità’

Nella giornata di ieri, 6 maggio, il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Cei, ha pronunciato un saluto in occasione della proiezione del docufilm sul giudice Rosario Livatino, davanti ai componenti del Consiglio superiore della magistratura, a pochi giorni dalla beatificazione del magistrato. Lo proponiamo, con titolo redazionale.

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Rosario Livatino, un beato con la toga

Rosario Livatino, un beato con la toga

da Interris, 5 maggio 2021

Attraverso le parole del giudice Domenico Airoma, vice presidente del Centro Studi Rosario Livatino, scopriamo perché la figura del giudice agrigentino ha raggiunto gli altari e rimane un riferimento per gli uomini delle istituzioni

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Per Rosario Livatino

Per Rosario Livatino

Durante il webinar del 5 gennaio Rosario Livatino. Il Giudice santo, in preparazione della beatificazione di Rosario Livatino, Davide Rondoni è intervenuto con la poesia scritta per l’evento. La riproponiamo, col consenso dell’Autore, che ringraziamo di cuore.

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Livatino: dedizione al servizio senza superominismi

Livatino: dedizione al servizio senza superominismi

21 settembre 2020-21 settembre 1990
Il Card. Bassetti nell’Omelia della S. Messa per i  30 anni dalla morte di Rosario Livatino

A 30 anni dalla morte di Rosario Livatino, su iniziativa del Centro studi a lui intitolato, il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, unitamente al Segretario Generale Mons Stefano Russo e a numerosi Direttori della CEI, ha celebrato stamane una S. Messa a Roma, nella chiesa del S. Cuore del Suffragio, alla presenza di numerose autorità, fra le altre  il Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi, il Giudice della Corte costituzionale Nicolò Zanon, i componenti del CSM Paola Braggion, Antonio D’Amato e Loredana Miccichè.

Nell’Omelia il card. Bassetti ha ricordato a proposito di Livatino “lo stile con cui vivere la dedizione al servizio che si è assunto, ovvero senza impancarsi a superuomini, senza ostentare una saldezza che non si possiede, senza inutili asprezze; in definitiva con semplicità e umanità”. E ha aggiunto che “chi ha studiato i diari di Rosario Livatino – giudice, ma prima ancora uomo e credente – attesta di incertezze, di sfoghi spontanei, di lacerazioni interiori e di silenzi. Il che non ne fa un testimone meno prezioso per chi ebbe la fortuna di conoscerlo di persona o per chi ne ha solo sentito parlare. No: questi tratti di penna, queste semplici confidenze, ce lo rendono ancora più umano, vero, vicino. Perché come dai peccatori possono originarsi – per grazia di Dio – i santi, così i coraggiosi nascono non dai temerari ma dai timorosi e i forti sorgono non dai presuntuosi bensì dai deboli che accolgono la propria debolezza (…)”.

Nell’occasione ha fatto pervenire un messaggio la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, che ha sottolineato come Livatino lasci “un’eredità morale che il Centro studi a lui dedicato custodisce e tramanda nella sua quotidiana attività culturale di promozione dei diritti della persona e del loro fondamento etico”.

Roma, 21 settembre 2020


S. Messa in occasione dei 30 anni della morte di Rosario Livatino

Roma, Chiesa Sacro Cuore del Suffragio, 21 settembre 2020
(S. Matteo apostolo ed evangelista – Ef 4,1-7.11-13; Sal 18; Mt 9,9-13)

La liturgia di questa mattina ci propone la figura di san Matteo, che prima di essere apostolo ed evangelista fu un semplice esattore delle tasse per conto dei romani. Mestiere non facile, che esponeva al rischio del peculato e della corruzione, senza parlare dell’inevitabile connivenza con gli occupanti; e perciò inviso alla popolazione. Tant’è vero che Gesù deve difendersi dall’essere entrato in contatto con lui e con altre persone poco raccomandabili, spiegando di essere venuto per i peccatori, per coloro che sbagliano, e non per i sani, i perfetti.

La scena è nota anche grazie a Caravaggio, che proprio qui a Roma, in San Luigi dei Francesi, ne ha dato una raffigurazione che da oltre quattro secoli stupisce e commuove. La conversione di Matteo – la sua chiamata dal peccato alla salvezza, dal banco delle imposte alla sequela di Cristo – è rappresentata essenzialmente mediante un taglio di luce che promana da Gesù e illumina la zona del dipinto dove sta appunto Matteo. Non c’è tenebra che la luce divina non possa sondare, non c’è animo turpe che non possa essere volto al bene. Colpiscono poi la mano del Maestro indirizzata verso l’esattore delle tasse e l’espressione di sorpresa dell’uomo chiamato per nome. Chissà se lo stupore immaginato dall’artista fosse dovuto al fatto che un maestro ormai noto si era accorto proprio di lui, Matteo il pubblicano, fino a volerlo tra i suoi discepoli, perché Cristo è davvero il medico che sa riconoscere lo stato di malattia anche in persone esteriormente a posto. Oppure se quello stupore riguardasse il fatto che la vocazione non raggiungeva Matteo mentre era intento a visitare un luogo di culto, a leggere le Scritture o a intonare preghiere: stava semplicemente svolgendo il proprio lavoro, addirittura un lavoro che metteva alla prova la coscienza e che si attirava le antipatie della gente.

Rosario Livatino, di cui oggi ricordiamo il trentesimo anniversario della morte, al momento di entrare in magistratura aveva chiara coscienza della missione che si assumeva. Egli stesso lo afferma il 18 luglio del 1978: «Ho prestato giuramento – annota sulla sua agenda -; da oggi quindi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». Le idee erano chiare fin dal principio, dunque. Eppure possiamo ritenere che anche per lui, nella decina d’anni di esercizio della professione, la determinazione nel seguire quella che si stava sempre più prospettando come una specifica chiamata si sia fatta sempre più netta. Forse anche al giudice Livatino la via che l’avrebbe portato ad assumersi fino in fondo – fino al sacrificio estremo – le proprie responsabilità si trovò confermata a poco a poco, mentre svolgeva il suo lavoro, mentre non ricusava gli incarichi più esposti, mentre assisteva alla morte violenta di altri giudici stimati, mentre conosceva ogni giorno di più il tessuto profondo e talvolta malato di territori che a uno sguardo meno attento di quello di un magistrato o di un operatore di polizia possono sembrare tranquilli e laboriosi.

Per lui tutto questo era questione di vita o di morte, ma prima ancora di vita vera e di fede limpida. Livatino riuscì a ritrovare una sintesi tra religione e diritto che non appare scontata, come dimostra una sua conferenza: «Cristo – egli affermò – non ha mai detto che soprattutto bisogna essere “giusti”, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano» (Conferenza tenuta a Canicattì il 30 aprile 1986, in Fede e diritto, a cura della Postulazione).  In altre parole, non c’è piena giustizia senza amore. Come ha affermato papa Francesco: «In questo modo, con queste convinzioni, Rosario Livatino ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge» (Discorso ai membri del Centro studi “Rosario Livatino”, 29 novembre 2019).

Immagino che a Livatino, lettore attento del Nuovo Testamento, fossero note le espressioni di san Paolo che abbiamo ascoltato come prima lettura: «Vi esorto, comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità» (Ef 4,1-2). Dove la prima parte della frase rimanda alla coerenza, alla fedeltà, alla dedizione, che nel caso del giudice di Agrigento fu realizzata fino al sacrificio della vita. La seconda parte dell’affermazione paolina configura invece lo stile con cui vivere la dedizione al servizio che si è assunto, ovvero senza impancarsi a superuomini, senza ostentare una saldezza che non si possiede, senza inutili asprezze; in definitiva con semplicità e umanità.

Chi ha studiato i diari di Rosario Livatino – giudice, ma prima ancora uomo e credente – attesta di incertezze, di sfoghi spontanei, di lacerazioni interiori e di silenzi. Il che non ne fa un testimone meno prezioso per chi ebbe la fortuna di conoscerlo di persona o per chi ne ha solo sentito parlare. No: questi tratti di penna, queste semplici confidenze, ce lo rendono ancora più umano, vero, vicino. Perché come dai peccatori possono originarsi – per grazia di Dio – i santi, così i coraggiosi nascono non dai temerari ma dai timorosi e i forti sorgono non dai presuntuosi bensì dai deboli che accolgono la propria debolezza e si lasciano mutare dal confronto con le situazioni, le persone e i valori.

Un tempo si dichiarava beato un popolo che non avesse avuto bisogno di eroi (cfr B. Brecht). E così pure di santi, di figure esemplari, di testimoni. Permettetemi di obiettare che abbiamo bisogno di tanti piccoli e grandi eroi del quotidiano, che si sentano chiamati mentre attendono al loro lavoro, che sappiano comportarsi in fedeltà alla missione ricevuta, che donino umilmente la vita giorno per giorno là dove si trovano a vivere e a operare, che abbiano il coraggio della fedeltà nonostante i limiti e le umane debolezze, che onorino il proprio mandato – qualunque esso sia – con estrema dignità.

Davvero beato un popolo, un paese che ha uomini e donne così. Beate le istituzioni che sono presidiate da figure simili. Beati quei malcapitati, quei poveri, quei soggetti meno fortunati che ricorrono a una giustizia amministrata da persone simili.

L’intercessione dell’apostolo ed evangelista san Matteo, peccatore perdonato, e la testimonianza luminosa di Rosario Livatino, credente e magistrato, siano di sprone al nostro cammino.

E così sia. 


A Modern-Day Saint: Rosario Livatino and a Judge’s Life “Under God”

A Modern-Day Saint: Rosario Livatino and a Judge’s Life “Under God”

Riprendiamo l’articolo di Marianna Orlandi, pubblicato il 12 dicembre 2019 su Public Discourse, sito del Witherspoon Institute.

On September 21, 1990, a few days before turning 38, Rosario Livatino was killed by the mafia on his way to work. A young judge in Sicily, he had taken his job quite seriously. His life was all work and family, the former in court and the latter at his elderly parents’ house, with whom he lived until the end. He had no siblings and, though he fell in love, never married.

This layman may soon be a saint. The cause for his canonization, which started in 2011, passed its diocesan stage and is now in the hands of the Roman Curia. However, this Servant of God can already be a model and source of inspiration for many lay men and women working for the promotion of justice. Indeed, some Italian lawyers and jurists have recently found the courage to establish a natural law think-tank bearing his name, the Centro Studi Rosario Livatino, which aims to engage current debates about controversial ethical issues by promoting a proper understanding of fundamental human rights.

Rosario was born to a middle-class Sicilian family, the only child of Rosalia Corbo and Vincenzo Livatino. He attended the local high school and graduated magna cum laude from the University of Palermo in 1975. Three years later, in 1978, he started his career as a magistrate in Caltanissetta. He worked as a public prosecutor in Agrigento and was later appointed judge, in 1989. Since his early childhood, Rosario was quite reserved. He was also a gifted student and often helped his friends with difficult readings rather than play soccer. In his adult years, he took care of his parents, spent long nights and holidays in court, and cared deeply about his faith.

His Christian life, however, was discreet, and he helped the poor of his town in secret. He chose to sit in the back rows. The pastor of the parish church in Agrigento (where Livatino spent time each morning before going to work) only discovered that he was a magistrate of high caliber after his death. Livatino’s personal diaries also report he spent a few years feeling that God was very distant and silent. His spiritual dry spell notwithstanding, he became a man of serious faith, living his work and everyday life as a personal path toward heaven. In everything he did in his daily routine, he knew that God’s sight was upon him. On his desk there was always a crucifix and the New Testament, the pages of which were underlined and crumpled, suggesting that he read it quite often.

Most of what we know about Livatino’s life comes from accounts of people he met and from his diaries, which he started keeping in 1978. One passage emerges from that year, written in red: “Today I took the oath and I am a magistrate. May God assist me and help me respect this oath and to behave as demanded by the education I received by my parents.” These and other details of Livatino’s life were recently recounted in a book by Roberto Mistretta, written in collaboration with Giuseppe Livatino—a priest, a relative of the judge, and the postulator of the cause of beatification.

Livatino did not wish to act like a hero; he simply faced the realities of Sicily, where the mafia was deeply connected to both national and local politics. Very soon he had to choose whether he would stand for law and justice or opt for convenience and personal safety. As is inevitable in a small Italian province, Livatino knew the identities of the mafia families and carefully avoided any questionable contact or dubious favors. He refused to attend local parties or events if he knew that local bosses would be invited. He did not stop investigating or prosecuting cases when the defendants’ affiliation with the mafia was clear, with all the risks that entailed. As a result, he was soon hated by the local bosses who eventually ordered his assassination.

The extraordinary character of Livatino’s ordinary life is revealed by the acronym he used on the pages of his diaries, discovered after his murder: “S.T.D.” At first, the police thought this could be a clue left by the judge himself to assist them in the investigations. They later discovered that it stood for Sub Tutela Dei, “under the protection of God. This acronym reveals precisely how the young judge lived his life and work: under God’s protection. Interestingly, the Latin verb tueor also means “to be watched.” S.T.D., therefore, means also “under the sight of God, and this largely describes how Livatino lived his daily duties.

When he spoke of his profession, and in particular of issuing judgments, Livatino said that it is one of the most difficult tasks that men are required to perform. He writes: “The duty of the magistrate is to decide; however, to decide is also to choose. . . . And it is precisely in this choosing in order to decide, in deciding so as to put things in order, that the judge who believes may find a relationship with God. It is a direct relationship, because to administer justice is to realize oneself, to pray, to dedicate oneself to God. It is an indirect relationship, mediated by love for the person under judgment.”

He continues:

And this duty will be lighter, as the judge will better and more humbly acknowledge his weaknesses, and present himself each time to the society that gave him such a scary amount of power, seeking to understand the man who is in front of him and to judge him without a superhuman attitude, but with constructive contrition. . . . And once more it will be the law of love, the vivifying strength of faith, that will solve the problem at its roots. Let’s remember Jesus’ words to the adulterous woman: “Let him who is without sin cast the first stone.” By these words, he indicated the deep reason of our difficulty: sin is shadow, in order to judge there is need of light, and no man is absolute light himself.

This light was the tutela Dei, the sight of God.

While these passages from a speech in 1986 reveal the depth of his commitment to truth and justice, as well as his awareness of our creaturely limits, his diaries reveal his profound humanity. Livatino had many fears and doubts. His heart was easily broken by women who did not return his feelings. As the day of his death approached, however, Livatino started acting as though he knew something would happen. He seemed less interested in marrying and founding a family, admitting that he did not want to leave orphans and widows behind him. Two years before his death, he also decided to receive the sacrament of Confirmation, as if he knew he needed the strength of a Soldier of Christ. Finally, the judge refused the bodyguard he was offered for his own security: he did not want other fathers to mourn the loss of their children because of him.

On that last day, he greeted his parents as usual and left for court in Agrigento. On his way, the judge’s car was rammed by the assassins, who shot at him through the windows, both from a car and from a motorcycle. He was wounded in his shoulder and, with terror and pain, left his vehicle and started to run away. While the killers chased him and kept shooting in his direction, he lost one of his shoes and eventually fell down. Then, looking at the man who was about to shoot the last bullet, Livatino asked “Guys, what have I done to you?” (“Cosa vi ho fatto, picciotti?”) There was no condemnation or hatred in his words.

Livatino lived his life according to what he once spoke: “On the day of our death, we will not be asked whether we believed, but whether we were credible.” He was indeed credible to the point where, after his death, Saint John Paul II called him “a martyr of justice and, indirectly, of faith.” Profoundly touched by the pain of Livatino’s parents, John Paul gave a powerful speech in the Valley of Temples, where he called for the conversion of all sinners—of all murderers.

Every canonization requires a miracle; at least one is attributed to Livatino’s intercession. Almost three years after his death, Livatino appeared to a courageous mother, Elena Canale Valdetara, who was terminally ill. She was then the mother of two natural daughters and had adopted two children with her husband: a girl with Down syndrome and very serious heart issues, and a boy born without legs and arms. Sometime before that dream, in 1993, she discovered she had lymphoma. She prayed and trusted herself to God. One night, she dreamt of a young man, who told her: The strength that will cure you is within you. Once you find it, you will help more children.” She also saw herself attending a feast with her family on her silver wedding anniversary in 2000.

When Elena had this dream, she had no idea who the man was. In 1995, on the fifth anniversary of Livatino’s death, she saw his picture on a newspaper and recognized him. Elena weighed 84 pounds and, according to the doctors, had no hope but radiation treatment. She nonetheless decided to visit the Holy Land, and once she had returned, she knew that something had changed. She asked the doctors to take more tests. Though they initially resisted, they were surprised to discover that the cancer was gone. In 2000, Elena, who had set up a foster home, was healthy and celebrated her anniversary with her husband in Rome, just as she had dreamt.

On November 29, 2019, Pope Francis met the members of the Centro Studi Livatino at the Vatican. In his speech, the Holy Father mentioned Rosario Livatino’s opposition to euthanasia, which he held to be a violation of natural law. The Italian Constitutional Court recently decriminalized assisted suicide, although exclusively under certain conditions, and in limited cases. After quoting the judge’s words, the Pope noticed their distance from recent judgments, issued in Italy and in many other states, where a “creative jurisprudence . . . invents a right to die that lacks any juridical foundation.”

Livatino was not simply a just man, but a person of true charity, as demonstrated in several anecdotes and by the accounts of those who knew him. Though he was a judge, he judged facts, not the person. One day, finding himself next to the dead body of a mafia boss, and noticing that a police officer was rather happy about his death, he said, “Those who have faith shall pray, those who do not shall keep silent.” He once wrote: “Jesus Christ never said that ‘above all’ we must be just, even though on many occasions he exalted the virtue of justice. He instead elevated the commandment of charity to a mandatory norm of conduct, because that is the ‘qualitative leap’ of Christians.” There is a time for judgment, a time for love, and even a time for silence. Livatino knew when and how to practice each.

“Ricondurre le scelte giuridiche più difficili al tema cruciale del rispetto dei valori della giustizia”

“Ricondurre le scelte giuridiche più difficili al tema cruciale del rispetto dei valori della giustizia”

Discorso pronunciato dal prof. Mauro Ronco, presidente del Centro Studi Livatino, durante l’udienza concessa al nostro centro studi dal Santo Padre Francesco, in data 29 novembre 2019.

Santo Padre,

mi rivolgo a Lei in rappresentanza del Centro Studi Rosario Livatino, fondato cinque anni fa da un gruppo di magistrati, avvocati, notai e docenti di materie giuridiche per approfondire i temi del diritto alla vita, della famiglia e della libertà religiosa, nonché di studiare i limiti della giurisdizione nel rispetto del diritto naturale e dell’equilibrio istituzionale tra i poteri dello Stato.

L’intitolazione del Centro Studi al magistrato Rosario Livatino, che fu ucciso a 38 anni per il solo fatto del suo contrasto efficace alla criminalità mafiosa, risponde all’esigenza di ricondurre le scelte giuridiche più difficili, soprattutto quelle che concernono il diritto alla vita, oggi minacciato, al tema cruciale del rispetto dei valori della giustizia che impongono la tutela delle persone povere, deboli, sfruttate contro la prepotenza arrogante dei gruppi criminali che hanno fatto della corruzione e della violenza lo strumento per conquistare ricchezza e potere.

Rosario Livatino, magistrato che molto si impegnò nella materia dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita, fu anche e soprattutto uomo di profonda fede, tanto che San Giovanni Paolo II, incontrando i suoi genitori durante il viaggio in Sicilia nel maggio 1993, lo definì “martire della giustizia e indirettamente della fede”, poco prima di lanciare il memorabile e duro invito agli “uomini della mafia” di convertirsi.

Mettendosi in fila dietro questo testimone coraggioso, del quale si è positivamente conclusa nell’ottobre 2018 in Agrigento la fase diocesana della causa di beatificazione, i giuristi che oggi sono di fronte a Lei  – Santo Padre – implorano la Sua benedizione come viatico per svolgere con serietà il loro servizio civile nel campo cruciale della giustizia.

Si può diventare santo facendo il giudice?

Si può diventare santo facendo il giudice?

3 ottobre 2018: conclusione del processo diocesano di beatificazione del servo di Dio Rosario Angelo Livatino

di Domenico Airoma*

Si può diventare santo facendo il giudice?

Rosario Livatino ha dimostrato che è possibile: oggi, 3 ottobre, l’iter della sua beatificazione conosce una tappa importante nella conclusione del processo diocesano, nella Cattedrale di Agrigento. Questo, se per tanti aspetti atterrisce perché radicalmente impegnativo per chi è chiamato a svolgere questa professione, un po’ consola quanti sono convinti che il vuoto esistenziale che è il dramma di questo tempo senza qualità non si riempie se non con valori forti, per i quali spendere la propria vita, fino in fondo. (altro…)

Gioia per il giudice Livatino presto beato!

Gioia per il giudice Livatino presto beato!

Il Centro studi che al momento della sua costituzione ha scelto il nome del giudice Rosario Livatino accoglie con gioia la notizia che il 3 ottobre si concluderà la sessione diocesana del processo di beatificazione. Esprime gratitudine all’Arcivescovo di Agrigento il Card Montenegro e al postulatore Don Giuseppe Livatino. Ogni passo in avanti verso il riconoscimento delle virtù del giudice Livatino costituisce ulteriore incoraggiamento a prenderlo come esempio di uomo, di magistrato e di cristiano.