Alla ricerca dell’anello mancante: l’eredità letteraria, umana e spirituale di J.R.R. Tolkien

Alla ricerca dell’anello mancante: l’eredità letteraria, umana e spirituale di J.R.R. Tolkien

Una grande mostra a Roma per J.R.R. Tolkien, la prima di queste dimensioni in Italia. E poi una serie di nuovi libri, tra cui l’edizione ampliata di un saggio critico e militante di Wu Ming 4 (Federico Guglielmi), nuove edizioni di volumi cult, oltre a seminari, convegni, incontri. Sono trascorsi cinquant’anni dalla scomparsa di J.R.R. Tolkien, e Il Signore degli Anelli rimane ancora il pilastro insuperabile del genere fantasy. Quest’opera è l’unica nel suo genere a cui la critica abbia universalmente conferito lo status di letteratura anziché semplice narrativa. Le influenze di Tolkien permeano ancora la cultura pop contemporanea, evidenti nei videogiochi, nei film. Gli elfi e gli orchi continuano a popolare le terre immaginarie della fantasia, riflettendo le aspirazioni consumistiche di una generazione cresciuta nel mondo nerd. La Terra di Mezzo, in particolare, si mantiene imponente nelle produzioni multimediali, dalla trilogia cinematografica di Peter Jackson al controverso adattamento televisivo Gli Anelli del Potere di Amazon Prime, oltre a una moltitudine di giochi da tavolo e videogiochi ambientati nell’universo tolkeniano. L’influenza di Tolkien nel genere che ha contribuito a definire è innegabile. Tuttavia, la ricorrenza attuale solleva la domanda se quest’eredità si stia mantenendo salda o stia gradualmente perdendo la sua forza. Il Centro Studi Livatino vuole approfondire con una serie di articoli l’eredità e il patrimonio culturale dello scrittore britannico.

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Sisifo e il fine pena mai

Sisifo e il fine pena mai

Sisifo è un personaggio della mitologia greca noto per la sua punizione nel Tartaro, descritta nel mito di Sisifo raccontato da Albert Camus nel suo celebre saggio “Il mito di Sisifo”. Secondo la leggenda, Sisifo fu condannato dagli dei a un’eterna punizione: doveva far rotolare una roccia immensa su una collina, solo per vederla rotolare giù quando raggiungeva la cima, costringendolo a ricominciare in un ciclo senza fine. Questo mito è stato ampiamente interpretato in campo filosofico, soprattutto grazie alla visione di Camus. La sua prospettiva esistenzialista vede Sisifo come un simbolo della condizione umana. La sua punizione, l’eterna ripetizione di un compito assurdo e senza senso, riflette l’assurdità della vita stessa. Nonostante la fatica e la determinazione nel compiere un compito che non porta a nessuna conclusione soddisfacente, Sisifo continua a farlo. Filosofi come Camus vedono in Sisifo la rappresentazione della lotta umana contro un universo apparentemente indifferente e assurdo. La sua determinazione nel continuare nonostante la mancanza di senso riflette la condizione umana di fronte a un mondo che può sembrare privo di significato. Camus conclude che “bisogna immaginare Sisifo felice” nonostante la sua punizione, poiché la consapevolezza della condizione umana e l’accettazione dell’assurdità della vita possono condurre a una sorta di libertà interiore. Il mito di Sisifo è diventato un simbolo di resistenza, perseveranza e accettazione della vita nonostante le difficoltà e la mancanza di un significato oggettivo. La sua storia offre un’opportunità di riflessione sull’esistenza umana, la fatica e la ricerca di significato in un mondo che può apparire senza senso.

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Pindaro e il nomos basileus

Pindaro e il nomos basileus

Universale e individuale, assoluta e storica, inafferrabile e quotidiana. Così è la legge; esposta a dilemmi, contraddizioni e paradossi, e soprattutto a una domanda: quale il suo fondamento? Detto altrimenti, con le parole del poeta Pindaro: come può essere la “legge sovrana” (nómos basiléus)? Legge e diritto, ovvero la legislazione positiva e il diritto naturale. Il problema è se la legge sia codice convenzionale dell’uomo oppure codice iscritto nella natura. Il sofista Antifonte sosteneva che “la maggior parte delle cose giuste secondo la legge sono nemiche della natura”; il contrario esatto del pensiero di Cicerone, per il quale “noi non possiamo distinguere la legge buona da quella cattiva in base a nessun’altra norma, se non a quella di natura”.

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Tolkien a 50 anni dalla morte: il viaggio verso Isengard continua

Tolkien a 50 anni dalla morte: il viaggio verso Isengard continua

Cinquanta anni fa, il 2 settembre, John Ronald Reuel Tolkien, moriva. Tolkien non è semplicemente un ripetitore di cose già dette o di epopee epiche già narrate. Egli trae dall’armadio dell’epica e delle tradizioni europee elementi, motivi, personaggi su cui innesta intuizioni personalissime e una grandiosa capacità di rivisitazione di storie e significati. Non a caso, sin dall’uscita dell’opera, ciò che ha affascinato e interessato i lettori de Il Signore degli Anelli è l’operazione “umana, troppo umana”, ma basilare, della reductio ad unum. L’opera di Tolkien è anzitutto un autentico manuale di sopravvivenza tra gli errori e gli orrori della Modernità. Per scoprirlo, bisogna necessariamente ricorrere alla sana filosofia; vale a dire a quella filosofia per la quale la metafisica non costituisce un impedimento, ma la via privilegiata per accedere alla realtà. Tra i più deleteri errori ed orrori della Modernità, infatti, vi è sicuramente quello di aver negato il diritto di esistenza alla metafisica e di aver dichiarato guerra al mito e alla fiaba. Ciò assume particolare rilevanza per quel che concerne la costruzione di un immaginario nel quale i valori di una civiltà possano riflettersi ed incarnarsi.

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La giustizia secondo il poeta greco Teognide

La giustizia secondo il poeta greco Teognide

Lo sfondo storico di tutto il pensiero intorno alla giustizia e al diritto nella letteratura greca primitiva fu il sorgere della nuova polis, che prese la sua forma caratteristica durante il settimo e sesto secolo, e culminò nella democrazia ateniese del quinto secolo. La lotta per un nuovo ordine sociale che doveva prendere il posto della vecchia società aristocratica fu chiaramente descritta da autori contemporanei come Solone e Teognide. È bensì vero che essi videro la grande rivoluzione del loro tempo da punti di vista opposti, dato che Solone era il campione del popolo mentre Teognide rappresentava la classe un tempo privilegiata che era stata privata da poco dei suoi poteri ereditari. Ma anche la classe dirigente spodestata si univa nell’appello per il diritto e la giustizia dato che lo stabilirsi di un saldo ordine legale era la sua sola speranza di sopravvivere. La legge era il porto nel quale le due parti trovavano un ancoraggio sicuro nella tempesta che entrambe le minacciava.

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Il concetto di legge e giustizia nei frammenti di Eraclito

Il concetto di legge e giustizia nei frammenti di Eraclito

Rispetto al significato generalmente attribuito al termine díke, nettamente diverso è quello che nel mondo greco viene assegnato ai termini usati per indicare il diritto, o la legge, che del diritto rappresenta al tempo stesso il fondamento e l’espressione più compiuta. Secondo Eraclito, dunque, il nómos, la «legge», è espressione di una misura, di una razionalità divina. Solo in quanto è «riflesso» di quella divina, la legga umana può vantare una sua legittimità. Al di fuori di questo fondamento, ove il nómos venga concepito come formulazione autonoma, esso perde ogni validità.

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Cicerone e la corruzione come male antico

Cicerone e la corruzione come male antico

Correva l’anno 70 a.C. ai primi di gennaio, un giovane avvocato dell’Urbe di nome Marco Tullio Cicerone, presenta al pretore Manlio Acilio Glabrione, presidente del tribunale per i reati di concussione, una richiesta formale di accusa contro Gaio Verre, governatore di Roma nella provincia di Sicilia per tre anni. Glabrione concede all’avvocato Cicerone 110 giorni per trovare tutte le prove possibili per incastrare l’accusato e arrivare al processo, fissato per la fine di aprile, con l’inchiesta chiusa. Il reato è quello di avere sfruttato a suo favore una provincia per assecondare i suoi giochi politici. Le requisitorie contro Verre divennero famose nel mondo antico e ancora oggi, conosciute con il nome di Verrine. Quest’opera oltre ad avere avuto un impatto letterario di rilievo, che ancora continua ad esercitare il suo fascino, offre molteplici spunti d’indagine al fine di sondare il terreno friabile del fenomeno corruttivo. Il processo a Verre e le orazioni ciceroniane rivelano infatti tratti di sorprendente attualità e pongono il focus su alcuni profili della corruzione che non smettono mai di creare interrogativi.

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Lucano e lo Ius Fetiale (guerra giusta e guerra ingiusta)

Lucano e lo Ius Fetiale (guerra giusta e guerra ingiusta)

Il capolavoro di Lucano, intitolato Bellum civile o Pharsalia (come lo stesso autore lo chiama nel testo), mostra il disastro e la rovina cui hanno portato le guerre intestine. Mentre Virgilio (e sulla sua scia successivamente Livio) esprime il sentimento collettivo dei Romani ritenendo che dopo le guerre civili Roma sembra nascere ad una nuova grandezza, nei versi di Lucano emerge invece un tono cupamente pessimistico. L’unica guerra che può essere considerata giusta è quella che è contraddistinta da una missione civilizzatrice. Non c’è missione civilizzatrice, non c’è progresso, invece, nelle guerre civili.

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L’uso della terminologia giuridica nelle Metamorfosi di Apuleio

L’uso della terminologia giuridica nelle Metamorfosi di Apuleio

È fuori ogni dubbio che Apuleio avesse a disposizione una vasta cultura giuridica da sfruttare in chiave letteraria. Studente di grammatica, oratoria e filosofia a Cartagine e Atene, la sua professionalità come avvocato traspare nelle Metamorfosi. Infatti, gli avvenimenti autobiografici del processo a Sabrata per crimen magiae sono ripresi diverse volte all’interno delle Metamorfosi, offrendo al lettore riferimenti giuridico-legali che mirano a rendere evidente la (s)corretta applicazione di pratiche e procedure giuridiche, dimostrando da parte di Apuleio un interesse storico nei riguardi delle istituzioni giuridiche in sé o della conoscenza delle stesse da parte del Madaurense o da parte dei suoi lettori.

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